martedì 18 febbraio 2014

30 GIORNI DI LIBRI: giorno 5


Giorno 5/Versione 1: A book that makes you happy

Dovendo scegliere un libro che mi abbia reso felice, il primo che mi è venuto in mente è stato Fuga dal Natale di John Grisham. Innanzi tutto, come si può evincere dal titolo, è ambientato durante il periodo natalizio e già basterebbe questo a mettermi di buon umore. In più il romanzo è un insieme di situazioni comiche, al limite del paradossale, davvero divertenti. Il libro, in breve, ha per protagonisti i coniugi Krank i quali, in seguito alla partenza della figlia Blair per una missione umanitaria in Perù, decidono di rinunciare al Natale e utilizzare i soldi risparmiati per regalarsi una crociera ai Caraibi. Pochi giorni prima della Vigilia, però, la figliol prodiga annuncia il suo rientro anticipato, proprio per poter festeggiare il Natale in famiglia. Questo inaspettato ritorno a casa sconvolgerà i piani dei Krank costringendoli a un corsa contro il tempo per poter organizzare il Natale perfetto. 
Ecco io non so se questo libro mi abbia reso davvero felice, sicuramente però mi ha regalato momenti di pura comicità strappandomi sonore e grasse risate…se non era felicità, ci andava molto vicino…

Giorno 5/Versione 2: Il libro più lungo che tu abbia mai letto.

Facendo un po' mente locale, credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che il libro più lungo che io abbia mai letto si stato Il quinto giorno di Frank Schätzing, di 1030 pagine circa.
Non fatevi spaventare dalla sua mole, questo romanzo merita davvero di essere letto. Ricco di fascino e adrenalina, è la storia di una serie di incidenti strani, avvenuti in giro per il mondo, che hanno come denominatore comune l'acqua. Pesci come impazziti, "vermi giganti" luminescenti, balene che attaccano l'uomo: avvenimenti di questo tipo che si moltiplicano in tutto il mondo senza una spiegazione apparente. Per questo viene creata una task force di scienziati affermati, militari e studiosi che avranno il compito di scoprire cosa sta succedendo nella profondità marine.
Consigliatissimo.


domenica 16 febbraio 2014

P.S. I LOVE YOU di Cecilia Ahern


Titolo: P.S. I love you
Autrice: Cecilia Ahern
Titolo originale: P.S. I love you
Traduzione: Olivia Crosio
Editore: Bur Rizzoli
Collana: Narrativa
Pagine: 411
Prezzo: 9,50 €
Formato: brossura
Anno 1ª edizione originale: 2004
Anno 1ª edizione italiana: 2004 (Sonzogno)
Genere: romanzi rosa, chick lit
Codice ISBN: 978-88-17-02795-3

Trama: Holly e Gerry sono una di quelle coppie giovani e belle che vivono in simbiosi. Quando, all'improvviso, Gerry muore, Holly è devastata: vedova a soli ventinove anni, ha l'impressione che la sua vita non abbia più senso. È anche arrabbiata, si sente tradita, lui - suo marito, amante, miglior amico, la sua roccia - aveva promesso di non lasciarla mai, come può farcela da sola, ora? Ma Gerry non ha dimenticato, e trova il modo di farle avere una lettera ogni mese, con un messaggio per ritrovare la voglia di vivere e, soprattutto, con un dolcissimo P.S. I love you che spinge Holly, fra un pianto e un sorriso, ad aprirsi al domani. Perché la vita è fatta per essere vissuta, sempre.
(dalla quarta di copertina)

Giudizio personale: Questo è il romanzo con il quale, finalmente, inauguro la mia Women Challenge 2014. Un romanzo che però mi ha lasciata a lunghi tratti un po' perplessa, salvo voi recuperare nel finale. Sono partita con grandi aspettative: un po' perché della Ahern avevo già letto Un posto chiamato qui trovandolo molto carino, un po' perché ne avevo letto recensione entusiastiche praticamente ovunque. E ovviamente arrivo io a fare la bastian contraria. Ma procediamo con ordine…
La protagonista di questo libro è Holly, trentenne irlandese sposata con Gerry. I due formano una coppia perfetta, non perché manchino litigi o dissapori, ma per la loro meravigliosa alchimia. Un incastro di caratteri e personalità perfetto appunto. A squarciare la loro armonia però arriva l'indicibile: una terribile malattia che in breve tempo si porta via Gerry. Un dolore così forte e in un certo senso improvviso è difficile da gestire. Per Holly è l'inizio del periodo più cupo della sua vita; una sofferenza che sembra senza fine. Ma per lei Gerry ha ancora in serbo una sorpresa: prima di morire, infatti, scrive dieci lettere. Lettere che Holly dovrà aprire attenendosi scrupolosamente a due sole regole: la prima è che ad ogni lettera corrisponde un mese. Non potrà quindi aprirle a suo piacimento, ma solo ed esclusivamente nel mese a loro assegnato. La seconda è che aprendo quelle lettere Holly si impegna a fare tutto quanto vi troverà scritto, senza possibilità di tirarsi indietro, perché è Gerry che glielo sta chiedendo. Inizia così il lento ritorno alla normalità della protagonista.
Come potete notare gli ingredienti per un romanzo coinvolgente e strappalacrime ci sono proprio tutti; peraltro l'idea di queste lettere postume l'ho trovata davvero bellissima. Allora perché non sono convinta?
Credo dipenda fondamentalmente dalla protagonista, che è in tutto e per tutto distante anni luce da me. Holly è sostanzialmente priva di personalità a mio avviso. E mi riferisco al fatto che lei senza Gerry si sente vuota, ma non solo perché ha perso l'uomo della sua vita (e già questo basterebbe ad abbattere chiunque) ma perché la sua esistenza non riesce ad essere indipendente dall'uomo che ha accanto. E questo avviene ben prima del matrimonio e della poi di lui dipartita. È lei stessa ad affermare in più di un'occasione che i suoi amici sono quelli di Gerry, i suoi interessi sono quelli di Gerry, le sue passioni sono le stesse di Gerry. Cioè stiamo parlando di una donna nel fiore degli anni che non riesce a concepire la sua vita prescindendo dal marito. Tutto quello che lei fa, lo fa in funzione di… E questo per me è fuori da ogni umana comprensione. È vero che loro hanno questa sintonia bellissima e che li rende una coppia inossidabile, però questo non può essere una scusante per annullarsi completamente come persona al di fuori della coppia. Tanto è vero che con la morte di Gerry, Holly non soltanto perde il compagno di una vita, lei perde tutto quanto. Lei si ritrova a non avere più stimoli a fare niente perché al dolore della perdita somma la consapevolezza di non avere una vita sua. E questo rischia di non essere più amore, ma dipendenza (non è questo il caso perché l'amore che lega Holly e Gerry è davvero di quelli con la A maiuscola). Mi rendo anche conto però che una protagonista di questo tipo è perfetta per l'intreccio del romanzo. Gerry è infatti consapevole della mancanza di interessi della moglie, e proprio in funzione di questo le scrive quelle bellissime 10 lettere attraverso le quali la accompagna gradualmente verso la sua nuova vita. Una vita senza di lui. Un percorso quindi molto doloroso, e in cui non sempre Holly si impegna quanto dovrebbe.
Io invece ho una concezione di rapporto di coppia diametralmente opposta. Per me è fondamentale l'importanza del singolo individuo e la sua autodeterminazione, anche per salvaguardare la coppia stessa, ragion per cui l'impatto con la protagonista è stato un po' altalenante.
Ho apprezzato invece molto il lavoro che l'autrice fa sull'elaborazione del lutto. Tutte le parti che si concentrano sul dolore che Holly prova, i maldestri tentativi per cercare di nasconderlo, le incomprensioni con gli amici anch'essi colpiti terribilmente dalla perdita di Gerry, gli scoppi incontrollati di pianto e così via, sono molto veri. È così che ci si sente quando si perde qualcuno: incompresi, soli in mezzo a milioni di persone, talmente tristi da provare un dolore quasi fisico. Queste sono secondo me le parti migliori del romanzo, quelle che mi hanno coinvolto maggiormente.
Fin quasi alla fine, però, ero pronta a bocciare clamorosamente il libro. A un certo punto, infatti, la storia prende una piega che sembra portare ad un finale ampiamente prevedibile (e che mi avrebbe fatto andare su tutte le furie). Invece, quando meno te lo aspetti, il corso degli eventi prende un'altra direzione e io mi sono ritrovata letteralmente in lacrime alla penultima pagina, forse la meno commovente di tutto il romanzo. Un pianto liberatorio quasi, perché alla fine Holly è davvero la persona che merita di essere (era anche ora).
Un romanzo che alla fine mi sento comunque di consigliare, nonostante le mi aspre critiche, perché c'è comunque quell'amore che va oltre i confini della vita in cui, io acida zitella rampante, credo ancora.
Voto: 6,5

Colonna sonora: I will always love you di Whitney Houston
Consigliato: alle amanti delle storie d'amore senza tempo
Istruzioni per l'uso: munitevi di un'enorme quantità di fazzoletti, le lacrime sono dietro l'angolo

Buona Lettura!


Un tè con Jane Austen

Metti un sabato pomeriggio in una piccola libreria del centro di Bologna. Metti un cospicuo gruppo di donne appassionate di Jane Austen. Metti diverse blogger che finalmente passano dalla conoscenza virtuale a quella reale. E aggiungici tè e pasticcini. Shakera un po' e otterrai un piacevolissimo pomeriggio di chiacchiere e libri.
Questo è quello che, in poche parole, è successo ieri pomeriggio e di cui mi accingo a farvi un breve riassunto.

Per cominciare partiamo dalla Jane Austen Society of Italy (Jasit), associazione culturale nata con l'obiettivo di promuovere e divulgare la conoscenza e lo studio di Jane Austen. L’intento principale dei fondatori è, cito testualmente dal sito,  "quello di rendere facilmente reperibili al pubblico italiano le informazioni, il materiale, la documentazione, i libri che altrimenti sarebbero disponibili solo in lingua inglese – e, quindi, non fruibili da parte di chi non ha dimestichezza con la lingua madre di Jane Austen."
Questa straordinaria associazione è stata creata da 5 altrettanto meravigliose persone (molti di voi le conosceranno già):
- Marina (Ipsa legit)
- Giuseppe (Jane Austen.it)

Ma veniamo a ieri pomeriggio. Le ragazze (e il ragazzo ^-^) di Jasit hanno organizzato un appuntamento di chiacchiere, tè e pasticcini interamente dedicato alla nostra mitica zia Jane. Grazie a loro e all'ospitalità della Libreria delle Donne di Bologna, posso dire di aver passato un pomeriggio davvero piacevole. Innanzi tutto dove c'è Jane io mi sento felice. Un'autrice che amo profondamente e che trovo estremamente moderna e anticonformista, molto più moderna di tante scrittrici contemporanee. Si è parlato molto di Orgoglio e Pregiudizio (romanzo che come sapete amo moltissimo) e della sua formidabile protagonista, Elizabeth Bennet. Poi si è passati all'ormai consolidato fenomeno dei derivati austeniani, che sono davvero tantissimi. Dalle ormai celeberrime serie create da Carrie Bebris e Stephanie Barron fino ai diari di Amanda Grange. Alcuni li conoscevo già molto bene, di altri ho preso nota perché qualche titolo che mi era sfuggito (ad esempio La zitella illetterata). È stata poi la volta di Mainsfield Park, romanzo di cui quest'anno ricorre il bicentenario. Questo è l'unico, insieme ad Emma, che ancora non ho letto, e sentirne parlare con così tanto trasporto ha stuzzicato ulteriormente la mia curiosità. Bè credo non ci sia modo migliore per festeggiare i duecento anni di un romanzo se non leggerlo per la prima volta… Non si è parlato poi solo di libri: una parte dell'incontro è stata infatti dedicata ai luoghi della Austen. Bath, Steventon, Chawton. Sentire Silvia raccontare il suo viaggio in questi luoghi ha solleticato la mia perenne voglia di viaggiare e già la mia mente sta cercando di organizzare una spedizione alla volta dell'Inghilterra, alla scoperta dei territori austeniani.
Il pomeriggio si è più o meno concluso così, fra amichevoli chiacchiere e qualche bella tazza di tè. Ma la parte più bella dell'intera giornata è stata la carrambata finale, ovvero l'incontro fra blogger.
All'appuntamento di ieri, infatti, ho partecipato insieme a Valentina (Peek a Book), che conosco da ormai quasi un anno e con la quale ho instaurato un bellissimo rapporto, e Sabina (Una fragola al giorno) che ho conosciuto proprio ieri (anche se ormai mi sembrava di conoscerla da sempre). Al termine dell'incontro poi abbiamo conosciuto Petra, Gabriella e Silvia. Forse a qualcuno sembrerò un po' pazza, ma per me è stato davvero un bel momento. Dopo esserci scritte, dopo aver commentato vicendevolmente i rispettivi blog per tanto tempo, è stato bello associare una persona reale ai nostri alter ego virtuali. Insomma dal tanto bistrattato internet ogni tanto nasce qualcosa di buono. 

Quello di ieri è stato davvero un bellissimo pomeriggio, che spero possa ripetersi presto.

venerdì 14 febbraio 2014

Friday I'm in love #5


Potevo forse non rispolverare la mia rubrica dedicata all'amore nel giorno di San Valentino? Ovviamente no, perché anche le zitelle più acide come la sottoscritta, sotto sotto hanno un cuore tenero e pieno d'amore….

Per chi non lo sapesse, Friday I'm in l❤ve è la rubrica che ho creato nell'ormai lontano 2011, con il mero intento di condividere un po' d'amore letterario.
Ogni venerdì… ehm ehm diciamo qualche venerdì ogni tanto, condividerò con voi dei piccoli brani tratti da romanzi che mi hanno colpita e ovviamente, se non si fosse capito, saranno brani di puro e semplice amore. 
Per la giornata di oggi, che sprizza cuori da ogni dove, ho scelto Persuasione, bellissimo romanzo di Jane Austen. L'ho scelto perché la sua intensità mi ha travolta. Perché questo amore così sofferto e contrastato mi ha davvero fatto battere il cuore, come poche volte mi era capitato. E ho scelto questo passaggio che secondo me sintetizza alla perfezione il senso del romanzo.


"Vi offro di nuovo il mio cuore che è ancor più vostro di quando lo spezzaste quasi otto anni e mezzo or sono. Non abbiate l'ardire di affermare che l'uomo dimentica più in fretta della donna, che il suo amore finisce prima. Non ho amato che voi. Ingiusto posso essere stato, debole e risentito lo sono certamente stato, ma incostante mai. Per voi soltanto sono tornato a Bath e senza di voi non posso immaginare il mio futuro."






Buon San Valentino lettori!

giovedì 13 febbraio 2014

30 GIORNI DI LIBRI: giorno 4


Bentrovati, cari lettori, per questa quarta puntata dei mie 30 giorni libreschi. (come sempre le info le trovate qui)

Giorno 4/Versione 1: Favourite book of your favorite series


Come avevo scritto nel precedente post dei "30 Giorni", la mia serie letteraria preferita è quella creata da Patricia Cornwell e che ha per protagonista Kay Scarpetta. Scegliere il mio preferito fra i 21 romanzi (in realtà fra i 20 che ho letto) non è semplice. Così, d'istinto mi verrebbe da rispondere Postmortem, il primo della saga. Forse, anzi sicuramente, non è il migliore per trama e intreccio, ma è quello che pone le basi per una serie che ho amato tanto, e amo tutt'ora.

La storia è abbastanza semplice: un serial killer si aggira per le vie di Richmond. Ha già ucciso tre donne senza lasciare tracce dietro di sé. La dottoressa Kay Scarpetta, neo direttrice dell'istituto di medicina legale della Virgina, indaga a fondo per scoprire l'identità dell'assassino e porre così fine alla scia di paura e terrore che ha seminato per la città. Ma le indagini non sono affatto facili, anche perché Kay dovrà lottare contro lo scetticismo e il maschilismo dei colleghi.


Giorno 4/Versione 2: Il libro più brutto che tu abbia mai letto

Anche per questa domanda sono stata un po' indecisa. Ero lì lì per rispondere Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, libro orribile sotto tutti i punti di vista, ma alla fine ho scelto I delitti di uno scrittore imperfetto di Mikkel Birkegaard.
Mamma mia che brutto romanzo. Non c'è niente che si salvi, ma niente davvero. Una trama banale e vista già molte volte, uno stile prolisso e per nulla coinvolgente e una violenza allucinante. Sì, perché ci sono dei passaggi ben oltre lo splatter. Violenza gratuita e fine a se stessa. L'ultimo capitolo è terrificante (e lo dico nel peggior senso possibile): io mi sono ritrovata a saltare non righe ma pagine intere. Pessimo pessimo pessimo. E pensare che nella fascetta promozionale lo descrivevano come "la miglior risposta danese a Stieg Larsson"… Ma con che coraggio?


mercoledì 12 febbraio 2014

Misery di Stephen King


Titolo: Misery
Autore: Stephen King
Titolo Originale: Misery
Traduzione: Tullio Dobner
Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Super Best Seller
Pagine: 383
Prezzo: 9,90 €
Formato: brossura
Anno 1ª edizione originale: 1987
Anno 1ª edizione italiana: 1988
Genere: Thriller
Codice ISBN: 978-88-6061-589-3

Trama: Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di avere «eliminato» Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone, tra terribili sevizie, di «resuscitarla» in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte… Un capolavoro dell'horror, un incubo raccapricciante che solo Stephen King poteva concepire.
(dalla quarta di copertina)

Giudizio personale: La mia relazione con Stephen King è iniziata da relativamente poco tempo, o meglio, è di quelle relazioni che iniziano lentamente, prendendosi da lontano, un passetto alla volta. Ma passo dopo passo diventa intensa e senza fine.
Lessi il mio primo King da adolescente, era Il miglio verde e me ne innamorai. Ancora oggi è uno dei miei romanzi preferiti. Qualche anno fa è stata la volta di The Dome che, nonostante un finale non proprio brillantissimo, mi piacque molto. Ma le sue opere migliori mi mancavano ancora, benché popolassero le librerie di casa già da diverso tempo. Il problema, in parte, è che io sono un po' fifona, adoro i gialli e i thriller (e questo si era capito) ma quando il genere tende all'horror mi tiro indietro perché lo so che poi non ci dormo. Morale della favola: ho rimandato la lettura di questo libro per anni, finché non mi sono fatta coraggio e l'ho iniziato…e ovviamente l'ho trovato strepitoso!
La trama ha tutti gli ingredienti per il thriller perfetto: uno scrittore famoso, Paul Sheldon, è vittima di un terribile incidente stradale. In fin di vita, viene "soccorso" dall'infermiera Annie Wilkes che però, dopo averlo salvato, lo segrega letteralmente in casa sua. Annie è un'ammiratrice di Sheldon e dei suoi romanzi, e non accetta che la sua amatissima Misery, protagonista di suddetti romanzi, sia morta. Costringe quindi Paul, tra sevizie e torture, a scrivere un nuovo libro con il quale resuscitarla. Ed è qui che esce il genio di King, perché lui riesce a conciliare meravigliosamente il terrore e la tensione della clausura forzata, con l'aspettativa curiosa e ansiosa per questa nuova opera di Sheldon. 
Il lettore assiste quindi alla nascita di questo nuovo romanzo: come Paul trova l'ispirazione, quali sono i meccanismi che lo portano a determinate scelte narrative, l'intensa e travolgente passione con cui vive la scrittura nonostante il contesto traumatico. Egli infatti è diviso tra due forze potentissime: da una parte ci sono Annie e la sua pazzia, dalla quale vorrebbe scappare il più lontano possibile ponendo così fine al supplizio quotidiano. Dall'altra c'è l'egocentrismo dello scrittore che lo travolge con la stessa intensità di Annie e lo porta ad amare questa sua nuova creatura e a volerne vedere la conclusione. Così c'è il Paul che cerca possibili vie di fuga e di sopravvivenza, e il Paul della macchina da scrivere e del manoscritto al quale ormai non può, e non vuole, più rinunciare. 
In tutto questo i personaggi sono descritti molto accuratamente, come del resto è tipico del "Re": tratteggiati e definiti alla perfezione, pare quasi di conoscerli. Annie non è soltanto un'ex infermiera pazza: è una donna maniacale nelle sue ossessioni, volubile nelle emozioni e meticolosa nell'assicurarsi che le cose vadano come vuole lei. È forte, violenta e irascibile con tendenze alla depressione, ma non è una stupida, tutt'altro. C'è persino una parte di lei che affascina Paul: la sua passione per la lettura, infatti, non è fine a se stessa. Lei non è, come può sembrare in principio, una semplice ammiratrice fanatica. Lei è preparata e con uno spirito critico ben sviluppato. Ed è più acuta di quanto sembri, quindi puoi provare a fregarla, ma non ci riuscirai. Questo suo lato, del tutto inaspettato, in un certo senso attrae Sheldon e gli offre nuovi stimoli per la stesura del romanzo. Anche il personaggio di Paul è molto articolato. In lui si alternano varie fasi: il terrore puro, la speranza (poca in verità), la creatività e la rinnovata passione per un personaggio prima detestato, infine la rassegnazione. Lui è quello che trova il coraggio di tentare l'evasione, ma è anche quello spaventato a tal punto da non riuscire a gridare quando potrebbe avere qualche possibilità. È quello che odia profondamente Annie e sogna di riuscire ad ucciderla ed è, contemporaneamente, quello che prova anche compassione per lei. Questo è il bello dei personaggi di King, la loro concretezza, le loro mille sfaccettature che li rendono tangibili.
L'intreccio è perfetto. Si parte piano, quasi dolcemente, con il risveglio del protagonista dal suo stato semicomatoso. Il dolore intenso delle sue ferite è attenuato dalle pillole che gli vengono somministrate, e questo andare e venire delle sue sofferenze è descritto grazie a un paragone azzeccatissimo: quello della marea che sale e scende. Grazie a questa metafora, il lettore è letteralmente preso dal romanzo, travolto da questa marea che va e viene, e insieme a lei arriva la paura. Man mano che la trama si evolve, infatti, la paura cresce, cresce la tensione e cresce l'ansia (io mi sono ritrovata in più occasioni tesa come una corda di violino). E più si procede nella lettura, più questa tensione aumenta vertiginosamente e sei talmente preso dalla romanzo che anche se sai quello che sta per accadere e vorresti smettere di leggere per evitare le scene forti (ce ne sono un paio da togliere il fiato) non puoi staccarti da quelle pagine. È letteralmente impossibile. È un vortice di emozioni del quale non puoi fare a meno, anche se sei una paurosa come me. E vale davvero la pena arrivare all'epilogo (la penultima pagina mi ha lasciata senza parole).
Questo non è un thriller. Questo è IL thriller!
Voto: 10

Citazione: "Quando ci lascia una persona speciale, una persona specialmente cara a tutti noi, troviamo difficile accettarlo, così può accadere che immaginiamo che non ci abbia veramente lasciati."

Colonna sonora: Waltz di Craig Armstrong
Consigliato: agli amanti del genere e ovviamente a che non è facilmente impressionabile (alcuni passaggi possono essere un po' forti)

Buona lettura!

mercoledì 5 febbraio 2014

Fahrenheit Italia: dal rogo dei libri all'abisso è un attimo


"Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l'arma. Castriamo la mente dell'uomo."
(Ray Bradbury - "Fahrenheit 451")

Ho pensato a lungo a questo post e alla possibilità o meno di farlo. Ho sempre lasciato la politica fuori da questo blog, benché io ne sia un'appassionata, perché qui ho scelto di parlare d'altro. Ma per l'amore che provo per i libri e per la natura stessa del blog, non scriverlo sarebbe stato sbagliato. E anche impensabile.

Ovviamente mi riferisco alla foto, pubblicata su Facebook qualche giorno fa,  che ritrae un libro di Corrado Augias in fiamme. Non voglio entrare nel merito politico, anche se chi mi segue ad esempio su Twitter sa benissimo come la penso, voglio soffermarmi unicamente sul gesto. Il gesto di bruciare un libro. Una cosa che trovo aberrante.  Un'azione che riporta alla memoria tempi bui, terribili per l'umanità. Non sto parlando soltanto dei roghi di epoca nazista, prologo di quello che è stato uno dei capitoli più cupi della storia del mondo. Parlo del "Falò delle vanità" di fine '400, del Cile di Pinochet, della Santa Inquisizione e l'indice dei libri proibiti e così via. Dalla notte dei tempi, l'idea di proibire etichettare bruciare i libri non ha mai fatto parte della democrazia, ma anzi è stata l'emblema della chiusura mentale, del totalitarismo. 
È chiaro, evidentemente, che non voglio paragonare il gesto di un imbecille al nazismo, non sono così esagerata. Ma non posso nemmeno fare finta di niente; non riesco a passare sopra un'azione che trovo così pericolosa, nel suo significato più profondo. E mi fanno arrabbiare ancor di più quelli che minimizzano, quelli che "Ma cosa volete che sia? È solo una provocazione". No, non è una provocazione. E anche se lo fosse, sarebbe la provocazione più stupida che abbia mai visto. I libri non si bruciano. Punto. E non perché siano tutti belli, ci mancherebbe. È ciò che il libro rappresenta che per me è sacro: conoscenza, sapere, cultura. L'idea stessa di bruciare un libro, foss'anche un romanzo di Moccia,  mi fa rabbrividire. Se vuoi provocare, attirare l'attenzione o lecitamente criticare qualsiasi cosa, ci sono modi maturi e intelligenti per farlo. Se, invece, il concetto di bruciare un libro ti è proprio, forse dovresti farti qualche domanda. Forse dovresti chiederti qual è la tua idea di democrazia. Ma soprattutto, forse qualche libro dovresti cominciare almeno a leggerlo.

Guardate che siamo, in pochi mesi, al secondo episodio di questo tipo (a dicembre, durante una manifestazione dei forconi, fu "assaltata" la libreria Ubik di Torino, al grido "Chiudete la libreria, bruciate i libri"). E in un paese che considera la cultura meno di zero, questi sono segnali che preferirei non ignorare.

"Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive."
(Ray Bradbury - "Fahrenheit 451")


lunedì 3 febbraio 2014

30 GIORNI DI LIBRI: giorno 3


Buonasera lettori! Eccomi qui con il terzo post dedicato ai miei 30 giorni di libri.
Come sempre qui trovate tutte le informazioni del caso.

Giorno 3/Versione 1: Your favorite series


Questa per me è abbastanza facile. Le saghe letterarie mi piacciono moltissimo, perché mi affeziono ai personaggi, mi piace seguirne l'evoluzione e la crescita, quindi mi ci appassiono molto facilmente. La mia preferita in assoluto, quella a cui sono più legata è la serie creata da Patricia Cornwell, che ha per protagonista Kay Scarpetta.
Ad inaugurare la serie è il romanzo Postmortem, del 1990. Scarpetta è un'anatomopatologa forense appena nominata direttrice dell'Istituto di Medicina Legale di Richmond e proprio in virtù di questa nomina si scontra quotidianamente col il maschilismo bigotto di quegli anni. Lei è una donna tenace, forte, eternamente caparbia e preparata alla quale è impossibile non affezionarsi. Postmortem è inoltre il capostipite di un nuovo genere crime, dove le indagini scientifiche non sono più semplici comparse, ma protagoniste a tutti gli effetti.
La saga si compone di 21 romanzi di cui l'ultimo, Dust, ancora inedito in Italia.

Giorno 3/Versione 2: Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto.

Questa invece non è stata affatto semplice. Ci sono molti personaggi che ho adorato, amato follemente. Personaggi verso i quali nutro un affetto sincero (lo so, sono un po' pazza) e che vorrei fossero persone in carne e ossa per poterci parlare, discutere, bere un tè assieme. Sceglierne uno, quindi, è davvero complicato. Pensandoci bene credo che il mio preferito in assoluto sia Cosimo Piovasco Barone di Rondò, protagonista de Il Barone rampante di Italo Calvino.
Mi piace tutto di lui: il suo anticonformismo, il suo essere rivoluzionario e appassionato, la sua testardaggine. Tutto. Più leggevo il romanzo, più mi innamoravo di lui.
Un personaggio completo, profondo, intenso. Unico. 




domenica 2 febbraio 2014

Gli italiani non leggono: perché?

Che l'Italia fosse un Paese di non lettori è cosa ormai risaputa, ma leggere i dati dell'ultimo rapporto Istat sulla Produzione e lettura di libri in Italia lascia senza parole. Vedere quei numeri allarmanti messi lì, nero su bianco, mi ha lasciata sempre più sconfortata sul futuro del Bel Paese.
I numeri parlano chiaro: nel 2013, cito testualmente, oltre 24 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto, nei 12 mesi precedenti l’intervista, almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali. Rispetto al 2012, la quota di lettori di libri è scesa dal 46% al 43%. […] Il numero di libri letti è comunque modesto: tra i lettori il 46,6% ha letto al massimo tre libri in 12 mesi. 

Vuol dire che la maggioranza degli italiani non apre nemmeno un libro all'anno.

Dai dati emerge inoltre una differenza di genere nella propensione alla lettura: leggono infatti almeno un libro l'anno il 49,3% delle donne contro il 36,4% degli uomini. E prima che qualche buontempone mi dica che le donne leggono di più perché non hanno niente da fare (sì, ho sentito anche queste castronerie) ci tengo a sottolineare che questa disparità di comportamento inizia a manifestarsi in età scolare, dagli 11 anni. Permangono purtroppo anche le differenze territoriali: nelle regioni del Nord i lettori sono la metà della popolazione (50,1% nel Nord-ovest, 51,3% nel Nord-est), nel Sud e nelle Isole questa quota scende al 30,7%.
Di questa analisi, peraltro molto dettagliata, ci sono diverse cose che mi hanno colpita. La prima è che una famiglia su dieci non ha neanche un libro in casa. Nessuno. La seconda è che i lettori sono quelli che partecipano di più alla "vita culturale" italiana.  In sintesi, cito sempre testualmente, la partecipazione culturale è tanto più elevata quanto più si legge. Insomma, chi legge frequenta più spesso cinema, teatri, musei, siti archeologici, concerti e così via. Sempre a dimostrare che si legge non perché non si ha di meglio da fare o perché ci si annoia (sì, ho sentito anche questo).
Un altro dato secondo me significativo è quello relativo alla categoria dei non-lettori: fra chi si autodefinisce non-lettore, ovvero un italiano su due, il 21,8% è rappresentato da laureati, cioè da chi si presume dovrebbe avere una maggior propensione alla cultura. In realtà questo non mi sconvolge più di tanto, ma anzi è un'ulteriore conferma (purtroppo) a quello che ho sempre pensato, ossia che troppo spesso laurea non è sinonimo di preparazione e ancor meno di cultura.
Ma dopo questa sequela di numeri desolanti, la domanda sorge spontanea: perché in Italia si legge così poco? Me lo sono chiesta davvero moltissime volte e, onestamente, non credo di aver trovato delle risposte esaustive, ma vorrei comunque cercare di esporre il mio personalissimo pensiero a riguardo.
Innanzi tutto credo sia un problema, passatemi il gioco di parole, culturale. Siamo il Paese del "con la cultura non si mangia" e del "beato chi ha il tempo di leggere, perché vuol dire che ha tempo da perdere". Aberrante!
È abbastanza chiaro che con simili presupposti la lettura non trovi terreno fertile. I lettori sono generalmente guardati male, quasi con sospetto, spesso etichettati come asociali o noiosi o radical chic da quattro soldi. Sì, le ho sentite tutte queste cose, dette da persone che orgogliosamente si vantavano di non leggere nemmeno la guida tv (ecco, io personalmente non ho nulla contro chi non legge. Liberissimi di farlo, per carità, ma "l'apologia della non lettura" mi pare un po' eccessiva!).
A questo va poi aggiunto che l'Italia investe in cultura solo l'1,1% del Pil (siamo al penultimo posto nell'Unione Europea), pur avendo una ricchezza da questo punto di vista pari a nessuno nel mondo. 
Il contesto culturale in cui il lettore medio italiano si muove è dunque piuttosto avvilente. E la scuola, massacrata a suon di tagli costanti, non fa che peggiorare una situazione già drammatica. Quando la lettura viene vissuta come un obbligo, e non come un piacere e una fonte di arricchimento, è chiaro che non potrà diventare mai una passione e una volta finiti gli studi non ci si ricorderà nemmeno più come è fatto un libro. Insomma, non leggere è un diritto sacrosanto che però si porta dietro delle conseguenze non indifferenti. Non leggere significa non informarsi, non ampliare i propri orizzonti. Non leggere, per quel che mi riguarda, è un po' un non voler conoscere l'altro, il diverso. E con diverso intendo tutto ciò che noi non siamo, per cultura, orientamento religioso, sesso, etnia. Leggere, per me, è aprirsi agli altri, al mondo.
Forse vi sembrerò un tantino eccessiva nei toni, un po' troppo disfattista. Io credo invece di non esserlo abbastanza. Questi dati dovrebbe farci seriamente riflettere, soprattutto se accompagnati da un'altra serie di dati ancor più preoccupanti, quelli sull'analfabetismo funzionale che in Italia tocca percentuali allucinanti. Siamo primi fra i paesi sviluppati. Un bel primato, non c'è che dire. 
Secondo il linguista italiano Tullio De Mauro “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. Questo significa che la la maggior parte degli italiani è in grado sì di leggere, ma non comprende quello che sta leggendo. E questa cosa ce l'abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, al lavoro, tra amici, su internet. E andando avanti di questo passo le cose non potranno che peggiorare se non cambiamo mentalità. Lo sviluppo e il progresso di un Paese passano anche e soprattutto da qui.

Per approfondire:
E secondo voi perché in Italia non li legge? Ed è così grave come penso o sono un po' esagerata?

sabato 1 febbraio 2014

GLI SDRAIATI di Michele Serra


Titolo: Gli sdraiati
Autore: Michele Serra
Editore: Feltrinelli
Collana: I Narratori
Pagine: 108
Prezzo: 12,00 €
Formato: brossura
Anno 1ª edizione: 2013
Genere: narrativa
Codice ISBN: 978-88-07-01834-3

Trama: Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Michele Serra si inoltra in quel mondo misterioso. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Quando è successo? Come è successo? Dove ci siamo persi? E basterà, per ritrovarci, il disperato, patetico invito che il padre reitera al figlio per una passeggiata in montagna? Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico, il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. Gli sdraiati è un romanzo comico, un romanzo di avventure, una storia di rabbia, amore e malinconia. Ed è anche il piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che gli “eretti” non vedono più, non vedono ancora, hanno smesso di vedere.
(dal risvolto di copertina)

Giudizio personale: Il rapporto genitore/figli è forse il più complesso che l'evoluzione della specie abbia generato. Passano i secoli e i millenni, ma questo legame indissolubile è e sarà sempre quanto di più contorto ci possa essere nella nostra vita. Noi (i figli) non capiamo loro, loro (i genitori) non capiscono noi e così via, in circolo vizioso senza possibilità di soluzione. Tantissimi libri sono stati scritti a tal proposito, innumerevoli trattati e manuali di "sostegno", e anche Michele Serra ha voluto dire la sua, con la grazia e l'ironia che da sempre lo contraddistinguono. 
Una piccola premessa, però, mi è d'obbligo prima di questa recensione: io adoro Michele Serra. Amo alla follia il suo stile, la sua ironia e gli invidio tantissimo la sua meravigliosa capacità di sintesi: cosa non darei per saper racchiudere il mio pensiero su qualsivoglia argomento nelle favolose 10 righe dell'Amaca. Questa piccola digressione per prepararvi al fatto che forse il post che seguirà non brillerà molto per obiettività… Ma torniamo a noi...
In questo breve romanzo, se così può essere definito Gli sdraiati, Serra racconta il complicato rapporto di una padre, Serra, con il figlio adolescente. Complicato perché, come è giusto che sia, questo padre e questo figlio proprio non si capiscono. Il giovane è un po' lo stereotipo dell'adolescente dei nostri giorni: perennemente attaccato a smartphone e computer, annoiato il più delle volte, zero interessi degni di nota e un attaccamento quasi morboso al divano dove è, appunto, sdraiato il più delle volte. Più che evoluzione della specie un'involuzione, un ritorno all'età della pietra.
Il padre guarda il figlio, lo osserva incuriosito, ne "studia" i rapporti sociali e le mode, si lamenta della  sua insofferenza e la sua mancanza di interesse per ciò che lo circonda, consapevole però che per ogni padre, in qualsiasi momento storico, la propria generazione è stata migliore di quella successiva.
La narrazione procede poi su due binari paralleli: se da una parte abbiamo questo incontro/scontro genitore-figlio, dall'altra Serra ci racconta di un futuro in cui si scatenerà una guerra fra giovani e vecchi, la Grande Guerra Finale. E in questa parte di libro, si immagina legioni di vecchie cariatidi, in numero molto superiore rispetto ai ragazzi del Fronte di Liberazione Giovanile, pronte a tutto pur di vincere, ben sapendo che gli anni che resta loro da vivere non sono molti.
Questo alternarsi della trama, questo intreccio tra un presente esilarante e un immaginario (mica tanto) futuro gerontocratico trasportano il lettore in questa storia di sincero e profondo amore paterno, tra diversità e incomprensioni che un po' tutti abbiamo vissuto.
Una lettura davvero piacevole e consigliata.
Voto: 7,5

Citazione: "Tu che hai difronte un dopopadre esitante e in fondo complice, possibile che non capisca la fortuna che hai? Lo so bene che non basta, come Senso della Vita, un water pulito. Non sono così cretino. Ma il brivido (inedito nei secoli) di una relativa libertà, possibile che debba generare solo sciatteria e malessere, pigrizia e malumore, e non, anche, la condivisione di un sollievo, quello di avere finalmente abbattuto, tutti insieme, quel totem inumano, feroce, castrante che è l'Assoluto?"

Colonna sonora: Father and son di Cat Stevens
Consigliato: a chi ha voglia di regalarsi un pomeriggio di ironia.

Buona lettura!

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