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giovedì 14 giugno 2012

Anteprima Io Donna: INTERVISTA A MICHELA MURGIA

Oggi sono davvero felice di poter condividere con voi l'anteprima di questa bella intervista fatta alla bravissima Michela Murgia da Anna Maria Speroni, per il settimanale femminile del Corriere della Sera, Io Donna, in occasione dell'uscita del nuovo libro dell'autrice sarda, L'incontro, pubblicato da Einaudi

Accendo racconti come faceva mia nonna
“Scrivo per scaldare gli altri” dice Michela
Murgia. Che nel nuovo romanzo parla
di feste, processioni, piccole rivalità. E di
infanzie avventurose. Che non ci sono più
di Anna Maria Speroni, foto di Nicola De Luigi
Sono cresciuta nella convinzione che la Sardegna fosse il centro del mondo, e Cabras il suo piercing. Non
ho mai avuto voglia di andare via. Ma una comunità coesa è luogo di contraddizioni: la sbarra che ti sorregge è la stessa che ti rinchiude».
Tre anni fa, con Accabadora, Michela Murgia aveva ammaliato i lettori con una storia ambientata in una comunità «interagente e solidale anche nei segreti». L’incontro (Einaudi), in questi giorni in libreria, di una realtà simile mette in luce le contraddizioni. Lo spunto è autobiografico: «L’incontro è una festa diffusa in tutta la Sardegna: il giorno di Pasqua le statue di Gesù e della madonna vengono portate in due processioni distinte che si riuniscono in un luogo stabilito. Ma una volta, a Cabras, un’inimicizia tra parrocchie complicò l’evento. Io racconto la storia dal punto di vista di un bambino. Il quale, in un’estate che segnerà la sua crescita, capisce che non esiste solo il “noi”: a volte ci vuole anche l’“io”. Quando tutti pensano la stessa cosa, vuol dire che qualcuno non sta pensando. Il romanzo si svolge negli anni ’80, ma il tema della comunità e dei suoi confini è attuale.
A che cosa si riferisce?
Per esempio all’esaltazione di comunità come gruppo autoreferenziale propria del leghismo; a una retorica
dell’identità legata all’idea di un nucleo impermeabile che non può fare i conti con l’alterità, pena la sua stessa dissoluzione.
Lei però sembra legata alle sue radici. Sostiene anche il movimento indipendentista sardo.
Sono affezionata a certe dinamiche collettive da cui provengo: il “noi” iniziale della Comunità mi ha segnato. Ma ho imparato a riconoscerne le criticità: non esiste concetto di privacy; ci sono regole precise di normalità; la diversità trova posto con fatica e non sarà mai legittimata se non riesci ad agglomerare attorno a te un microcosmo. E le radici no, quelle ce le hanno gli alberi, l’uomo ha i piedi e deve camminare.
I protagonisti dell’Incontro sono tutti maschi.
Nel mio gruppo di amici ero l’unica femmina, ma nessuno degli altri mi vedeva come tale: mi è venuto spontaneo trasporre i ricordi al maschile.
Ha avuto un’infanzia avventurosa?
Godevamo di margini di libertà favolosi, inimmaginabili oggi. Ormai le avventure si vivono solo alla Playstation.
I genitori sono troppo protettivi?
L’infanzia dovrebbe contenere avventure con un margine di rischio, che non vuole dire rischiare la vita. Con
mia madre avevamo un patto, io e mio fratello: potete fare quel che volete ma ogni mezz’ora dovete farvi vedere. In mezz’ora non combinavamo più di tanto; però non ci tenevano in casa per stare tranquilli, un rischio se lo assumevano anche mamma e papà. E non sono venuta su male: ma senza paura di niente, casomai.
In L’incontro, come in Accabadora, c’è il tema dei legami scelti più forti di quelli di sangue. Nel primo tra amici, nel secondo tra genitori e “figli d’anima”, l’usanza secondo la quale i genitori affidano un bambino a un’altra famiglia. Anche lei lo ha voluto, a 18anni. Perché? Che cosa le mancava?
I molti modi in cui potevo essere figlia non stavano tutti nella casa in cui sono nata: di mamma non ce n’è una sola. Non è questione di mancare, ma di che cosa vuoi essere. Il contesto è determinante: non è vero che puoi diventare qualunque cosa, puoi diventare ciò che il contesto ti permette. I miei genitori avevano un’attività commerciale e a loro sembrava impossibile che io potessi fare altro. L’idea che potessi studiare, soprattutto teologia come poi ho scelto, era molto distante dalla loro sensibilità.
Quindi la nuova famiglia l’ha aiutata a proseguire gli studi.
Danilo Dolci (poeta, ndr) diceva:“Ciascuno cresce solo se sognato”. Bisogna che qualcuno ti sogni per come sarai, non solo come sei. La mia famiglia mi aveva sognato com’ero, per come sarei stata ce ne voleva un’altra.
Ha cambiato mille lavori. Il preferito?
Insegnare. Ho adorato i ragazzi, miniere di energie che ti costringono a guardare al futuro con occhi protettivi, da seminatore.
E poi ha cominciato a scrivere. Per caso, ha raccontato.
Per caso e per culo: non ho mai mandato niente all’editore.
E com’è che l’editore si accorse di lei?
Fu Massimo Coppola, direttore editoriale di Isbn (la casa editrice con cui poi pubblicai Il mondo deve sapere)
e conduttore di Avere vent’anni su Mtv. Stava preparando una puntata sull’azienda in cui lavoravo come telefonista, trovò il mio blog. Ed è iniziato tutto. Ho sempre avuto fiducia nelle mie capacità, ma della cosa che forse so fare meglio non mi ero accorta.
Lei non è uno degli autori che scrivono per un bisogno irrefrenabile?
No. Le storie si raccontano se qualcuno te lo chiede. Quando, da bambini, ci sedevamo davanti alla porta di casa c’era sempre uno che, dopo un momento di silenzio, diceva in sardo: “Nonna, accendi il racconto”. Come se fosse fuoco per scaldare gli altri. Questo imprinting mi è rimasto: per me stessa non scrivo nulla.



Trovate l'intervista integrale sul numero di Io Donna in edicola da sabato 16 giugno.

Titolo: L'incontro
Autrice: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Pagine: 112
Prezzo: 10,00 €
Codice ISBN: 978-88-06-21266-7

Trama: Il tetto della parrocchia, il fitto dello stagno, il misterioso canale che serpeggia sotto la grata: è questa l'estate per Maurizio e per i suoi amici, un inseguirsi di giorni e avventure, serate in strada e storie di fantasmi. Ma intanto il paese si spacca in due, perdendo la naturalezza del suo invincibile presente plurale. In un crescendo esilarante e irresistibile, verso un finale dove persino le statue dei santi potrebbero diventare oggetti contundenti.
Maurizio ha dieci anni e non vede l'ora che comincino le vacanze. Per lui l'estate significa stare dai nonni a Crabas: lí ogni anno ritrova Franco e Giulio, fratelli di biglie, di ginocchia sbucciate e caccia alle libellule, e domina con loro un piccolo universo retto da legami che sembrano destinati a durare per sempre. Ma nell'estate del 1986 qualcosa di imprevedibile incrinerà la loro infanzia e mostrerà a tutti, adulti e ragazzi, quanto possa essere fragile il granito delle identità collettive.Basta un prete venuto da fuori a fondare una nuova parrocchia per portare una scintilla di fanatico antagonismo dove prima c'erano solo fratellanze. In quella crepa della comunità l'estraneo può assumere qualunque volto, persino i capelli rossi di un inseparabile compagno di giochi.
(da Einaudi.it)

Buona Lettura!

venerdì 23 marzo 2012

Quattro chiacchiere con: MARISSA MEYER

In occasione dell'ultima edizione della Bologna Children's Book Fair, svoltasi dal 19 al 22 marzo, ho avuto l'opportunità, grazie a Mondadori, di poter intervistare Marissa Meyer, giovanissima esordiente autrice di Cinder, romanzo pubblicato in Italia da Mondadori appunto, nella nuovissima collana dedicata ai lettori più giovani, Chrysalide
L'intervista è stata realizzata insieme ad altri due bloggers: Silvia, per Il piacere della Lettura, e Alfonso, per Fantasy Magazine. È stata un'esperienza estremamente positiva, sia per la disponibilità e la gentilezza dell'autrice (mi ha fatto davvero un'ottima impressione), sia per la condivisione con altri bloggers.
Un immenso grazie allo staff di Chrysalide, per l'opportunità offertaci, e a Nicola Nobili che si è occupato della traduzione durante l'intervista.

La prima domanda, chi è Marissa? 
Questa è una domanda a cui è difficile dare una risposta. Sono una scrittrice, ovviamente, e sono una ragazza che ha sempre voluto fare la scrittrice, fin da bambina. Quindi quando a gennaio è uscito il mio primo libro, Cinder, poso dire che si è realizzato un sogno. Lo so che se dico di sentirmi come una principessa che vive la sua favola sembra stereotipato, ma è la verità.

Come vedi il fantasy? Cosa rappresenta per te? 
Come lettrice il fantasy è stato il mio primo vero amore. Naturalmente crescendo ho letto i classici, ma quando mio zio mi ha regalato Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit è stato amore vero, non riuscivo a smettere, ne volevo sempre di più. Quindi sono cresciuta pensando che sarei stata una scrittrice fantasy, ed è stata in un certo senso una sorpresa che il mio primo libro avesse per protagonisti dei cyborg, perché io ero convinta che ci sarebbero stati draghi, elfi e stregoni. Invece ho scritto qualcosa di fantascientifico, la trama del libro mi è piaciuta e tutto ha avuto un buon esito. 

Come mai hai scelto proprio Cenerentola e i cyborg?
Da tempo avevo l'idea di scrivere una serie di libri ambientati nel futuro riprendendo delle favole che mi piacevano. Ho pensato tante volte a come poter ambientare queste storie, le mie preferite, nelle maniere più disparate. Poi, un bel giorno, mentre stavo per addormentarmi mi è venuta un'idea, così, folgorante: ho immaginato la protagonista come meccanico e mi è subito venuta in mente questa scena molto chiara di Cenerentola che corre giù per le scale del palazzo e invece di perdere la scarpetta perde il piede. Ecco che quindi, quando Cenerentola è diventata un cyborg, il resto della storia si è creato da sé.

Perché hai scelto la Cina come ambientazione?
Moltissimi studiosi di favole hanno rintracciato le origini di questa favola e hanno scoperto che la prima versione registrata di Cenerentola è stata scritta in Cina nel nono secolo. Per me quindi, ambientare Cinder in Cina è stato un po' come chiudere il cerchio, da una Cina del nono secolo fino ad una Cina di un futuro remoto. 

Cinder è una cyborg mentre il principe no, quanto è importante questo per la trama? 
È estremamente importante, perché in questa società futuristica i cyborg vengono considerati cittadini di serie B e questo è più o meno il cuore della storia: Cenerentola è una serva, non è solo al di sotto della classe sociale del principe, non fa nemmeno parte della classe borghese, è l'ultima ruota del carro anche nella sua famiglia, pertanto lei deve superare delle barriere enormi per poter aspirare ad elevarsi dal ruolo di serva. Per buona parte del romanzo il principe non sa che lei è una cyborg e questo influenza molto le scelte che essi compiono. 

Al termine di questa saga hai intenzione di modernizzare un'altra favola oppure pensi di cambiare completamente genere?
Non direi mai che non scriverò più storie basate sulle favole, tuttavia molte delle idee che ho in mente ora non si basano sulla riscrittura di favole. Io leggo romanzi di generi molto diversi e ho idee che abbracciano tutta una serie di generi che variano dalla fantascienza allo storico al fantasy ai romanzi contemporanei. 

Hai sempre voluto fare la scrittrice?
Io ho sempre amato i libri fin da bambina e quando sei piccola pensi che siano qualcosa di magico, poi capisci che sono creazioni dell'uomo, che è una professione a tutti gli effetti. In quel momento io mi sono detta: "Io voglio fare questo".

Quanto c'è di te nel personaggio di Cynder?
È quasi impossibile separare completamente i propri personaggi da se stessi, ma tutto quello che leggo e scrivo in qualche modo trae origine dalle mie esperienze personali. Ciò detto io mi sforzo di far sì che i personaggi che creo non siano esattamente come me. Per quanto riguarda Cinder questo è evidente: ad esempio io non so riparare assolutamente nulla e ritengo che lei sia molto più tosta di me. Oltretutto io soffro di aracnofobia e lei no. Tuttavia abbiamo entrambe qualcosa in comune, il senso dell'umorismo: infatti mia mamma, quando ha finito di leggere il romanzo, ha detto: "Capisco da dove trae origine il sarcasmo di Cinder". 

Cinder sarà la protagonista anche dei prossimi tre libri della saga?
Sì, lei è la protagonista di tutta la saga, quindi la ritroverete anche nei romanzi successivi. Tuttavia in ogni libro farà la sua comparsa un'altra eroina tratta sempre da una favola diversa. Nel secondo libro ci sarà Scarlet tratta da Cappuccetto Rosso, nel terzo libro ci sarà Cress tratta da Raperonzolo e infine nel quarto libro ci sarà Winter tratta da Biancaneve. 

Stai seguendo Once Upon a Time?
Sì sì, lo adoro. 

Ti aspettavi questo successo?
Non molto tempo fa io e mio marito (a dire il vero all'epoca eravamo ancora fidanzati) abbiamo attraversato un periodo di difficoltà economica. Io gli dicevo "Non ti preoccupare, vedrai che diventerò un'autrice di successo e sistemerò tutto io". Ma naturalmente scherzavo, non ti aspetti mai che possa capitare davvero. Diciamo che è un sogno diventato realtà. 

Favola preferita, libro preferito e film preferito?
Il mio libro preferito è assolutamente Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. La mia favola preferita è una domanda che mi hanno posto tanto volte e ho l'impressione che ogni volta la risposta cambi, ma non posso sceglierne solo una. Diciamo La bella addormentata, Cappuccetto Rosso e Barbablù. Il film non lo so. Quand'ero adolescente ho visto milioni di volte Ragazze a Beverly Hills, ma ora non lo guardo più. Forse La Sirenetta. 

A proposito di film, ti piacerebbe poter vedere il film tratto dal tuo romanzo? 
Sì, mi piacerebbe molto. Incrociamo le dita!


Cosa pensi degli e-book?
Mi piacciono e penso ci sia spazio nel mondo sia per gli e-book che per i libri fisici. Personalmente preferisco quelli in versione cartacea, se non altro perché mi piace metterli sullo scaffale uno di fianco all'altro e mi sento realizzata nel vederne tanti. Ma capite che in certi momenti, per esempio quando viaggio, ecco che mi porto dietro il mio lettore ed è effettivamente molto comodo.


Titolo: Cinder Cronache Lunari
Autrice: Marissa Meyer
Editore: Mondadori
Prezzo: 17,00 €

Ulteriori notizie e approfondimenti su Marissa Meyer e la saga di Cinder sono a disposizione sul sito dell'autrice e sul blog della neonata collana Mondadori, Chrysalide.

Ancora grazie alla gentilissima e solare Marissa, alla Mondadori e allo staff di Chrysalide che hanno reso possibile l'intervista, e ad Alfonso e Silvia (intervistare Marissa insieme a loro è stato molto divertente)!

lunedì 12 marzo 2012

Quattro chiacchiere con: GIULIANO PASINI

Oggi ho il piacere di condividere con voi la prima intervista realizzata per Bookshelf. Ospite di questo spazio l'esordiente Giuliano Pasini, autore del romanzo rivelazione Venti corpi nella neve, che non finirò mai di ringraziare per la disponibilità dimostrata.


Cominciamo dal principio, tu sei partito da un concorso letterario, il concorso Io Scrittore. Come ci sei arrivato?
Allora, diciamo che questo romanzo, è la prima cosa che ho scritto nella mia vita.
Io sono arrivato alla scrittura abbastanza tardi: mi è sempre piaciuto scrivere, però non avevo mai avuto la costanza di farlo. Quello che ho capito della scrittura è che non è un'attività che fai perché sei folgorato sulla via di Damasco in un particolare momento e quindi scrivi di getto, almeno per quanto mi riguarda. É una cosa che fai metodicamente, giorno per giorno. Insomma, non avevo la costanza di farlo. Poi ho conosciuto mia moglie e sistemato alcuni lati della mia vita, così le energie le ho incanalate verso la scrittura. 
Avevo questo manoscritto, un po' disordinato (le parti del 1945 e del 1995 ad esempio le avevo iniziate in parallelo) e iniziato senza un progetto preciso. É nato tutto strada facendo e infatti la prima stesura è stata stroncata da mia moglie. E aveva ragione lei! Quindi ci ho lavorato sopra ancora parecchio; poi  sul sito di Ibs ho visto l'annuncio di questo concorso. Mi è piaciuta subito la formula: perché mia moglie era l'unica ad aver letto il romanzo e non mi azzardavo a farlo leggere a nessun altro, la classica situazione in cui non lo consideri mai pronto. In questo modo, con Io Scrittore, iscrivevo il romanzo in forma anonima e sarei stato poi giudicato dagli altri concorrenti/lettori. Mi interessava moltissimo poter aver il parere di un lettore indipendente, capire come avrebbe "letto" la mia storia. Poi il tutto è andato avanti, dei tremila iscritti solo 1500 mandarono l'opera, poi duecento passarono in semifinale e infine 30 finalisti che hanno pubblicato l'opera in e-book. 


Ti aspettavi di vincere?
No, ma figurati. Tanto è vero che le comunicazioni dei passaggi di turno avvenivano durante i principali eventi letterari (a Torino la comunicazione dei 200 e a Mantova quella dei 30 finalisti) e io non ero andato né da una parte né dall'altra. No, guarda, non ci pensavo minimamente. 


Una bella sorpresa...
Una bellissima sorpresa, e io devo molto a questo torneo. É stato un ottimo biglietto da visita per me. Il gruppo Mauri Spagnol aveva una prelazione sull'edizione cartacea del romanzo, di sei mesi. Ad aprile, scaduta la prelazione, ho cominciato a contattare altre case editrici e l'ho fatto nel modo più semplice possibile: ho scritto una mail, con una breve sinossi, il mio curriculum e l'indicazione che ero stato tra i finalisti di Io Scrittore e che l'e-book era andato bene. E la resa è stata ottima, fai conto che su dieci case editrici contattate in cinque mi hanno risposto, quattro delle quali chiedendomi il libro in lettura, e fra queste c'era la Fanucci. Con loro poi c'è stato subito un bellissimo lavoro di team: il direttore editoriale, Alfredo Lavarini, mi chiese il libro a maggio e già a luglio mi contattò per domandarmi se ero ancora libero.  Ad agosto ho ricevuto una mail proprio da Sergio Fanucci in persona che mi diceva di essere interessato a pubblicare il romanzo. Dopo i tempi sono stati velocissimi, perché a inizio settembre ero da loro a Roma, dove mi hanno raccontato di questo nuovo progetto, TimeCRIME, e del fatto che sarei stato l'unico autore italiano fra le prime pubblicazioni. 


Un'occasione imperdibile...
Sì, infatti. Bisognava solo correre. Mi avevano chiesto alcune modifiche alla trama, che andavano soprattutto in un'ottica di serializzazione dei personaggi. Tutte le correzioni che mi hanno chiesto le abbiamo condivise, e devo dire che sono stato molto contento perché comunque ho sempre avuto l'ultima parola e senza dubbio, almeno credo, tutti cambiamenti che abbiamo apportato hanno reso il romanzo migliore. Mi avevano chiesto, ad esempio, di rendere più chiara la "danza" e di dare più corpo al personaggio di Alice, non aumentando però il numero di pagine: in questo modo ho capito quanto ancora potevo asciugare il testo, e così ho trovato davvero il mio stile. 
Il romanzo poi, doveva essere consegnato entro fine ottobre, quindi è stata una corsa. E a gennaio ero in libreria!


Ed è andata molto bene, perché il riscontro sia di pubblico che di critica è estremamente positivo.
Sì, assolutamente. Alla presentazione a Verona ho visto che il libro ha la fascetta con la quarta ristampa, per cui dovremmo essere oltre le trentamila copie, che per un esordiente è tanto. A livello di critica è più difficile raggiungere i critici letterari: perché comunque sei esordiente, con una nuova sigla editoriale. Però devo dire che quello che forse è il  più importante in Italia si è preso un rischio enorme, perché D'Orrico sul Corriere della Sera ha fatto una recensione fantastica.


Venti corpi nella neve affonda le radici nella storia italiana. Come è nato, perché questa storia?
Allora io sono emiliano, dell'Appennino tra Modena e Bologna, di Zocca per la precisione. Io sono cresciuto con le storie di quell'ultima parte della guerra mondiale. Prima la guerra aveva sì toccato l'Appennino, perché i giovani partivano, però in quell'ultimo inverno la guerra era arrivata a casa loro. Nei paesi erano rimasti soltanto donne bambini e anziani e si erano trovati di fatto circondati dalle due fazioni, quella degli alleati e quella dei nazifascisti. In quel periodo sono successe le peggiori tragedie della seconda guerra mondiale,  le rappresaglie che dal tardo '43 fino al '45 hanno imperversato per quelle zone hanno segnato profondamente le famiglie di quei luoghi. Mia madre mi raccontava queste storie e a mio modo ho voluto tramandarle anch'io. Mia madre, che all'epoca aveva otto anni, viveva a Villa Daiano che si trovava proprio sulla linea gotica: lei poteva davvero dire "Su quel colle ci sono i tedeschi e su quello ci sono gli americani". Pensa che a Bologna, prima della presentazione del libro, mi si è avvicinato un signore anziano che mi ha detto "Io sono figlio di uno dei venti", perché lui ha riconosciuto nella storia dell'eccidio di Case Rosse, che non esiste, quella dell'eccidio dei boschi di Ciano, dove venti persone furono impiccate per rappresaglia con il fil di ferro. É una storia che la gente ricorda ancora molto, era il 18 luglio del '44, quindi non c'era la neve o la fucilazione come la dipingo io, però è successo: quello del romanzo è un eccidio inventato ma potrebbe essere uno dei tanti successi in Appennino. L'ho vestito di giallo, perché magari così sarebbe potuto arrivare a un pubblico un po' più ampio (poi io sono appassionato della letteratura gialla, quindi mi è anche venuto naturale), però quello che volevo dire è che con la guerra non si risolve nulla. La guerra crea ferite che non si chiudono più: se mia mamma sente un petardo adesso, a distanza di 60 anni, sobbalza perché pensa ai colpi di fucile. In sostanza l'idea era questa, di dire mai più la guerra. 


Immagino che oltre ai racconti della tua famiglia tu abbia fatto molte ricerche storiche
Ho fatto moltissime ricerche, letto tantissime pagine di Bocca, Biagi e anche di storici più locali che hanno scritto magari il racconto di alcune determinate battaglie. Arrivano i lupi, che io mutuo come titolo nel romanzo, è un saggio storico realmente esistente che però parla di un altro battaglione, non il battaglione della morte di Enrico Zanarini. Zanarini che è poi l'unico personaggio realmente esistito che appare nel romanzo, anche se ha solo il suo nome, perché non è esattamente quell'Enrico Zanarini, che è il responsabile dell'eccidio di Ciano. Però a leggere le storie non sono molto diverse, e la cosa che colpisce è che erano italiani. Particolare che a volte si tende a dimenticare.


Oltre a tutta la parte storica nel romanzo inserisci un elemento fantasy, paranormal quasi, una cosa un po' insolita per la letteratura italiana. Come mai questa scelta?
Forse per un purista del genere giallo potrebbe anche disturbare, però Roberto è nato così.  Il mio Roberto ha questa caratteristica, è nata prima la danza della storia addirittura. Forse perché ho una mente molto immaginifica, per cui a volte mi incanto a pensare a qualcosa che non sto vivendo realmente e poi magari lo confondo coi ricordi e mi sembra di averlo vissuto. Ovviamente non è solo quello che volevo metterci dentro. Roberto è un personaggio molto umano anche debole se vogliamo, davanti al pericolo il suo primo istinto è quello di scappare. Però forse, in questo caso, la danza è quel pezzo di inspiegabile, che va oltre ciò che gli occhi vedono.


Una sorta di forte empatia...
In realtà io l'avevo proprio immaginato come un personaggio molto empatico, e questa è un'empatia elevata all'ennesima potenza. Lui sente talmente tanto il legame con le vittime, vuole che riposino in pace ed è convinto che non possano farlo se gli assassini rimangono a piede libero, da viverne degli spezzoni di vita. Spezzoni disordinati che gli fanno capire cosa hanno provato sia le vittime che i carnefici.


Nella presentazione di Bologna hai detto che stai lavorando a due progetti, uno dei quali vedrà ancora protagonista Roberto Serra. Ci puoi dare qualche anticipazione?
Avevo la volontà di scrivere un romanzo con Roberto e uno senza. Poi Roberto ha preso il sopravvento, ha cominciato a stuzzicarmi e allora ho deciso di portarlo a Treviso. Quindi sarà qui, a vedere il mondo di Treviso con gli occhi di un forestiero. Lo porto in un posto che io amo particolarmente, le colline del Prosecco: un luogo meraviglioso, uno dei paesaggi vinicoli più belli del mondo. Sai, Treviso è una città che colpisce tantissimo, è veramente una bella città, dove è tutto pulito, scintillante mi verrebbe da dire. 
Per quanto riguarda la trama, partiamo dal fatto che io cerco sempre di metterci sotto un sentimento forte, inizia tutto da una mia indignazione: se per Venti corpi nella neve erano la vendetta e l'incapacità di dimenticare il punto di partenza, per il secondo romanzo di Roberto parto dal dolore che creano le idee che sostengono la superiorità di un essere umano, o peggio ancora di una razza rispetto a un'altra. Nell'altro progetto invece, di ambientazione completamente diversa perché siamo tra Milano e il lago d'Orta, parto dal desiderio di potere, inteso proprio come potere assoluto, la voglia di aver il controllo sulle altre persone. Mi sono divertito a indagare i rapporti fra il potere stesso e l'informazione, la deviazione di notizie.  Se proprio devo trovare una categoria in cui collocarlo potrei dire che se Grisham ha inventato il legal-thriller, questo potrebbe essere un information-thriller. 


Per Roberto prevedi una lunga serialità, come spesso capita nel genere thriller?
Potrei essere smentito domani, ma non credo che Roberto possa andare oltre una trilogia. E ho anche una vaga idea di come potrebbe essere il terzo capitolo e devo dire che forse potrebbe scapparci anche un quarto romanzo, che potrebbe essere una sorta di prequel o lui che indaga sulla morte dei genitori, però quello sarebbe l'ultimo. Però ecco, non vorrei andare oltre. Sai la danza è un elemento molto forte all'interno della storia, per cui non vorrei che si creasse una prevedibilità, come l'arma segreta dei robot dei cartoni animati di una volta per cui sai sempre che a un certo punto verrà usata. Siccome la danza è un elemento molto caratterizzante, contro cui Roberto combatte e combatterà ancor di più nel prossimo libro, mi sembra che la sua storia si possa compiere in tre, quattro romanzi, poi sono prontissimo ad essere smentito subito. 


Che lettore sei?
Vorace. Leggo una settantina di libri l'anno, senza contare quelli che leggo per lavoro o per documentarmi. Abbastanza onnivoro, mi piacciono molto i thriller, li recensisco anche per un sito. Leggo molto, sì. Diciamo che ogni giorno devo leggere qualcosa, non riesco a non leggere.


C'è un libro in particolare che, una volta terminato, ti ha fatto dire "Questo avrei voluto scriverlo io"?
Un giallo che avrei voluto scrivere io è Dieci piccoli indiani, un capolavoro. O se vuoi, il thriller che avrei voluto scrivere è Misery, che secondo me è il romanzo perfetto. Però il romanzo, più in generale, che avrei voluto scrivere è molto meno noto: si intitola Corale alla fine del viaggio di Erik Fosnes Hansen, ed è la storia dell'orchestra che suonò sul Titanic fino all'affondamento. Sono cinque racconti lunghi, che corrispondo alle "biografie" (inventate) di queste cinque persone, intervallati dalla storia della navigazione. Bellissimo, un perfetto equilibrio tra la scrittura e l'evocazione, perché ha delle immagini veramente forti. Una sorpresa. Comunque ce ne sono tantissimi di libri che avrei voluto scrivere io.
Pensa che dopo l'introduzione della legge Levi mi sono imposto, per spendere meno, di acquistare solo libri che costassero la metà di quelli di Ken Follet. Così ho scoperto dei romanzi che mi hanno davvero colpito, e che forse in altre circostanze non avrei letto.


Il tuo rapporto con gli e-book?
Buono. Come scrittore di e-book poi ho provato quanto sia ancora difficile far fruire questo strumento, per amici e conoscenti ero diventato una specie di call center. Come lettore, ho un kindle. La cosa più divertente è che trovi veramente tutti i classici a prezzi bassissimi, per cui è davvero bello. È molto utile per la saggistica l'e-book, per cercare una cosa ci metti un attimo.


Ti ringrazio ancora tantissimo, per il tempo che mi hai dedicato e un grande in bocca al lupo per tutto! 


Titolo: Venti corpi nella neve
Autore: Giuliano Pasini
Editore: TimeCRIME
Prezzo: 7,70 €
Codice ISBN: 978-88-6688-002-8













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