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giovedì 12 aprile 2012

In difesa di Jacob


Titolo: In difesa di Jacob
Autore: William Landay
Titolo originale: Defending Jacob
Traduzione: Sara Brambilla
Editore: TimeCRIME
Collana: Narrativa
Pagine: 540
Prezzo: 7,70 €
Formato: copertina rigida
Anno 1ª edizione originale: 2012
Anno 1ª edizione italiana: 2012
Genere: legal thriller
Codice ISBN: 978-88-6688-010-3


Trama: Andy Barber, da più di vent’anni braccio destro del procuratore distrettuale, è un uomo rispettato, un marito e un padre devoto, e ha davanti a sé una carriera sicura. Sa bene cosa può nascondere la vita di una persona, quali colpe possono essere taciute, ma la sua è un’esistenza serena e l’amore per la moglie e il figlio non ha limiti. Tutto sembra andare per il verso giusto per lui e la sua famiglia. Ma certe convinzioni a volte sono esposte ai capricci del destino o alle conseguenze di piccoli gesti. Così, un giorno, quasi per caso, piomba su di loro un’accusa inaudita: il figlio di Andy, Jacob, poco più che un bambino, viene indagato per omicidio. Un suo compagno di classe è stato accoltellato nel parco poco prima dell’inizio delle lezioni. Il ragazzo proclama la propria innocenza e Andy gli crede. Ma c’è qualcosa che non torna, l’impianto accusatorio è dannatamente convincente: e se qualcosa fosse sfuggito all’attenzione di Andy? E se i quattordici anni di vita del figlio non fossero sufficienti per capire chi è realmente? E se Jacob, suo figlio, fosse alla fine un assassino?
(dal risvolto di copertina)

Giudizio personale: Io ho un pessimo rapporto con le fascette promozionali, che trovo spesso fuorvianti e poco veritiere, perciò tendo a non considerarle. Le ignoro perché so che, se dovessi basarmi solo su quanto scritto su di esse, rimarrei delusa nel 70% dei casi, a voler essere riduttiva. Per una volta, però, mai fascetta fu più azzeccata: secondo quella di questo romanzo, infatti, In difesa di Jacob è all'altezza del miglior Grisham, parola di Booklist. E devo dire che mi trovo assolutamente d'accordo con questo paragone. Questo libro mi ha colpita, sorpresa e coinvolta in maniera del tutto inaspettata. 
Uscito in anteprima mondiale in Italia il 5 gennaio scorso, In difesa di Jacob ha per protagonista Andy Barber, vice procuratore distrettuale a Newton, piccola cittadina del Massachusets, vicino Boston. Newton è il classico sobborgo residenziale che siamo abituati a vedere nei film e nei telefilm americani, dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto di tutti e dove la vita scorre tranquilla e monotona. Questa monotonia verrà però spezzata da un terribile delitto: l'omicidio del quattordicenne Ben Rifkin. Per la prima volta la comunità di Newton si vede costretta a fare i conti con la realtà, una realtà brutale e ingiusta che credeva di aver escluso dalla propria vita abbandonando i pericoli della città. La direzione delle indagini è affidata a Andy, che punta i suoi sospetti su un presunto pedofilo della zona. Nel giro di pochi giorni, però, tutto è destinato a cambiare e il mondo di Andy crollerà come un misero castello di carte: il figlio Jacob, coetaneo nonché compagno di scuola della vittima, viene infatti accusato dell'omicidio. Andy crede ciecamente nell'innocenza del figlio, nonostante alcuni indizi difficili da smontare, ma basta il sospetto, il più piccolo dubbio che sia stato effettivamente lui a uccidere Ben a trasformare la sua famiglia in uno scarto della società. Lui e sua moglie vengono esclusi dalla comunità, nessuno vuole avere più a che fare con loro; gli amici, anche quelli di vecchia data, li evitano perché spesso sospetto equivale a colpevole nella mente delle persone. Inizia così una battaglia legale per dimostrare la totale estraneità di Jacob, ma più si prosegue nella preparazione del processo più i dubbi crescono, fino a un finale da togliere il fiato. 
Questo romanzo è tante cose. È, prima di tutto, un legal thriller di ottima fattura che cattura l'attenzione del lettore in un crescendo di tensione e domande alle quali vorremmo poter dare risposte esaurienti. I particolari del processo, sia nella preparazione sia nel dibattimento, sono efficaci e coinvolgenti. Certo, deve piacervi il genere, perché gran parte del romanzo si basa sul processo, sulle prove a carico e sul tipo di difesa che si intende o meno seguire. Io personalmente ho amato moltissimo questa parte del romanzo, perché sono un'appassionata del genere "legal", amo molto i processi e il loro meccanismo e soprattutto mi intriga molto il sistema giudiziario americano (non mi perdo un film o un serial TV i cui protagonisti siano i procedimenti giudiziari), quindi mi sono sentita un po' a "casa" leggendo il libro. Poi c'è l'indagine, il dubbio amletico che accompagna il lettore fino all'epilogo: Jacob è o non è il colpevole? E dare una risposta a questa domanda è assai arduo, perché appena sei certo di aver capito, ecco che succede qualcosa, un evento o una testimonianza, che ti riporta al principio, nel tentativo disperato di rimettere insieme i pezzi di un puzzle contorto e tormentato. Ogni volta che crederai di esserci riuscito ti renderai conto che manca ancora un pezzo, un piccolo e minuscolo pezzetto di un quadro complesso e difficile da digerire. Perché la storia di Jacob è fatta di mille sfumature, mille frasi e atteggiamenti che, a seconda dell'interpretazione che se ne dà, possono cambiare radicalmente la nostra prospettiva. 
In difesa di Jacob è anche un romanzo dal forte impatto psicologico, perché Landay non si sofferma solo sul processo o gli aspetti meramente tecnici delle indagini, ma scava a fondo nei risvolti psicologici che un evento come questo può creare. Che impatto ha un'accusa di omicidio su una famiglia "normale"? L'unica risposta possibile è devastante! Devastante perché un'accusa come questa, in una piccola città, rappresenta una macchia indelebile che la famiglia Barber si porterà sempre appresso, un marchio d'infamia che distrugge tutti i legami che negli anni erano stati costruiti. Andy e sua moglie sono letteralmente ostracizzati, nessuno più vuole parlare con loro o anche solo farsi vedere insieme ai genitori del "mostro". Perché immediatamente scatta l'associazione accusato uguale colpevole, un'equazione basata sul sentito dire perché ancora una volta ci si dimentica che nel sistema giuridico americano (così come nel nostro) va provata la colpevolezza e non l'innocenza. Si è innocenti fino a prova contraria, al di là di ogni ragionevole dubbio e qui, pur essendo i dubbi molteplici, gli abitanti di Newton sembrano aver già emesso un verdetto. È in questo contesto che secondo me sta la forza del romanzo, perché Landay riesce a dare corpo e carattere ai suoi personaggi, fin quasi a renderli vivi. Andy e Laurie, sua moglie, diventeranno i nostri vicini di casa, i nostri conoscenti. Andy è quello forte, sicuro oltre ogni misura dell'innocenza del figlio. Lui mai e poi mai mette in dubbio le affermazioni di Jacob e non accetta nemmeno una velata ipotesi di colpevolezza. E proprio in virtù di questa sicurezza si spinge oltre i limiti del consentito, va oltre la semplice difesa del figlio. Così da porci un'altra domanda: Fin dove sei disposto a spingerti per salvare tuo figlio? Laurie invece è la più provata: il dolore che le è piombato addosso la divora da dentro, tanto da dar vita a un decadimento fisico che la trasforma radicalmente. L'insostenibilità dell'accusa, l'onta per sempre impressa sulla sua famiglia, l'allontanamento ormai irreversibile da quelle che considerava amiche sono prove terribili da gestire, soprattutto per una madre. Però lei è quella più obiettiva, pur credendo nell'innocenza del figlio si pone domande, si chiede se davvero ci sia qualcosa che lei e Andy non sono in grado di vedere, pensa alla possibili responsabilità che, come genitori, hanno avuto per il comportamento del figlio. Si chiede quanto davvero sia possibile conoscere veramente i propri figli. È umana, con tutte le sue debolezze e le sue paure che non cerca nemmeno di nascondere. Così come lei non si nasconde mai dietro alla frase "è mio figlio", che spesso Andy utilizza per liquidare qualsivoglia insinuazione sul conto di Jacob: è mio figlio quindi non può essere colpevole. No, Laurie non fa questo, non si limita alla difesa ad oltranza, lei pensa, rimugina, scava e per questo motivo è quello che più soffre. Lei è forse l'unica ad affrontare veramente la realtà.
Altro aspetto molto interessante è la fotografia che Landay fa del sistema giudiziario e della società nel suo complesso. Una società basata sulle apparenze, dove conta molto di più quello che comunichi con i tuoi abiti piuttosto che quelle che effettivamente fai. Stessa cosa vale per i processi: non importa cosa sia realmente accaduto, conta solo quello che la giuria pensa sia successo. Per questo Andy è preoccupato, lui sa come funzionano i procedimenti in aula, e il fatto che Jacob sia una ragazzo introverso e asociale potrebbe bastare ai giurati per ritenerlo colpevole. 
Tutto questo è accompagnato da uno stile molto accattivante e intenso che vi coinvolgerà come pochi romanzi sanno fare. Tutta la narrazione è affidata a Andy, salvo qualche stralcio del verbale della sua testimonianza davanti al Gran Giurì, ed è come se ci trovassimo al cospetto del protagonista e lui ci dicesse, molto semplicemente, "Sedetevi, ora vi racconto la storia della mia famiglia..."
Per questi, e altri motivi, vi consiglio caldamente questo romanzo. Un bellissimo thriller e un  attento spaccato della società americana. Semplicemente ottimo. 
Voto: 9


Citazione: "Il fatto è che quanto definiamo prova è fallibile come i testimoni che la forniscono, semplici esseri umani. I ricordi sono inaffidabili, le identificazioni ottenute grazie ai testimoni oculari sono notoriamente inattendibili, perfino i poliziotti con le migliori intenzioni sono soggetti a errori di giudizio e di memoria. Il fattore umano in qualsiasi sistema è sempre incline a sbagliare. Perché i tribunali dovrebbero essere diversi? Non lo sono. La nostra fiducia cieca nel sistema è il prodotto dell'ignoranza e della superstizione e non gli avrei mai affidato il destino di mio figlio."


Colonna sonora: My father's eyes di Eric Clapton
Consigliato: Consigliatissimo non solo agli amanti dei legal thriller ma anche a chi è in cerca di un'intensa storia


Buona Lettura!

domenica 25 marzo 2012

I dannati non muoiono


Titolo: I dannati non muoiono
Autore: Jim Nisbet
Titolo originale: The damned don't die
Traduzione: Bruna Ferri, Olivia Crosio
Editore: TimeCRIME
Collana: Narrativa
Pagine: 202
Prezzo: 7,70 €
Formato: Copertina rigida
Anno 1ª edizione originale: 1981
Anno 1ª edizione italiana: 1986 (Bompiani)
Genere: noir
Codice ISBN: 978-88-6688-006-6


Trama: "Ho sempre voluto scuoiare una donna.’ Questo è il folgorante incipit di I dannati non muoiono. Queste sono le parole che l’investigatore privato Martin Windrow trova scritte su un foglio di carta in una macchina da scrivere nell’appartamento accanto a quello di Virginia Sarapath, vittima di un efferato omicidio avvenuto la notte precedente. Forse, sono le semplici farneticazioni di uno scrittore fallito che ama origliare o, forse, è la traccia di un movente per un assassino in fuga. Le prime indagini rivelano che la donna, al momento dell’aggressione, si trovava a letto con un uomo, travolta da un amplesso sfrenato. Un gioco erotico che si è spinto oltre o una messinscena per coprire qualcosa di più oscuro?Inizia così la caccia al presunto colpevole o forse all'unico testimone che è in grado di svelare un intricato mondo sotterraneo fatto di sesso e droga, e di un piacere morboso che svela il labile confine tra amore e odio.
(dal risvolto di copertina)

Giudizio personale: Difficile, molto difficile parlare di questo libro. In tutta onestà non mi ha per niente entusiasmata, anzi, in un certo senso mi ha proprio deluso. Ammetto di essere stata molto frettolosa nell'acquisto, forse se avessi dedicato un po' più di tempo a leggere la trama avrei capito subito che non si trattava del mio genere di libro. Pubblicato per la prima volta nel 1981, ha per protagonista Martin Windrow, investigatore privato con un passato da poliziotto, che si trova, suo malgrado, invischiato nell'indagine relativa all'omicidio di Virginia Sarapath. Windrow incaricato di consegnare i documenti per il divorzio a Herbert Trimble, vicino della vittima, si ritrova così sul luogo del delitto. La polizia punta tutti i sospetti su Trimble stesso, che nel frattempo è sparito lasciando dietro di sé inquietanti indizi a suo carico, tra cui l'uso di stupefacenti e un foglio con poche parole battute a macchina "Ho sempre voluto scuoiare una donna". Trimble sembra essere il colpevole perfetto, ma Windrow non ne è convinto e si mette alla ricerca del sospettato, sperando di battere la polizia in velocità. A dispetto di un incipit un po' forte, la storia non presenta assolutamente scene particolarmente violente o splatter,  ma anzi concentra tutta la sua forza sul contesto in cui si svolge l'azione nella migliore tradizione noir. L'impressione però è che non si vada mai veramente a fondo. Mancando la tensione tipica dei romanzi dotati di maggior azione mi auguravo ci fosse almeno spazio per l'approfondimento di certe tematiche o di determinati ambienti, invece tutto mi sembra appena sfiorato. Le parti più descrittive mi sembrano poco coinvolgenti, solo di contorno, e non stuzzicano veramente la curiosità del lettore. Manca di carattere questo romanzo, e di incisività. Gli stessi personaggi sono piatti e poco convincenti, poco credibili in alcune circostanze. La trama affonda le radici nell'ambiente del sesso estremo, del bondage e dello scambismo, tema sicuramente ancora tabù all'inizio degli anni '80, forse per questo manca un vero approfondimento o una certa cura dei particolari. E la cura dei dettagli manca anche e soprattutto nelle indagini, che non sono sviscerate nel migliore dei modi. Non so, sono davvero perplessa. Forse dipende dal fatto che questo genere di storie non è certo il mio preferito, ma anzi, posso tranquillamente dire che non mi piace. In più lo stesso stile narrativo mi ha lasciato piuttosto delusa: ci sono passaggi in stile "tema scolastico", ricchi di descrizioni superflue e che ricordano quasi un semplice elenco di azioni, alternati a dialoghi brevi e confusionari. 
Voto: 5


Colonna sonora: Human nature di Madonna
Consigliato: agli amanti delle storie alla 8MM il film di Joel Schumacher del 1999 (passatemi il paragone un po' forzato), a chi non cerca necessariamente l'azione e la suspense


Buona Lettura!

venerdì 16 marzo 2012

Legge Levi e editoria low cost

Qualche mese fa, alla vigilia dell'entrata in vigore della legge Levi, quella che fissa un tetto massimo di sconto applicabile ai libri, avevo pubblicato un post in cui, in poche parole, cercavo di dire la mia a tal proposito. All'epoca ero tendenzialmente favorevole a tale legge perché, consapevole delle dinamiche del mercato editoriale, ritenevo fosse indispensabile tutelare i librai e rendere uguali per tutti le "regole del gioco"; temevo tuttavia che, viste le peculiarità del nostro strambo paese, una legge di questo tipo potesse avere conseguenze nefaste se non supportata da un'adeguata politica di sostegno alla cultura. Oggi, passati circa sei mesi dall'introduzione della legge, sono ancora più convinta della sua validità. Allora come adesso, ritengo che prendersela con il libraio per il prezzo di un libro sia, oltre che uno spreco di energie, tecnicamente sbagliato perché, molto semplicemente, non è lui a decidere quanto un libro debba costare. Per molto tempo molte presone hanno indirizzato le loro legittime lamentele verso gli interlocutori sbagliati. Se un libro costa tanto la responsabilità è dell'editore. Ma anche su questo punto si potrebbero aprire infinite discussioni, perché stabilire quale dovrebbe essere il giusto prezzo di un romanzo non è cosa semplice. Non dobbiamo anzi tutto dimenticare che il libro, ci piaccia o no, è un prodotto e affinché possa arrivare a noi, cioè al consumatore, occorre il lavoro di molti individui: l'autore in primis, l'editor, il correttore di bozze, il traduttore se si tratta di un'opera straniera, l'impaginatore e il grafico, lo stampatore, l'ufficio stampa, chiaramente l'editore, il distributore e infine il libraio. Ora, tutte queste persone svolgono un lavoro che va retribuito in maniera onesta e economicamente dignitosa, per cui (e questo vale per i libri come per qualsiasi altro prodotto noi acquistiamo) dovremmo a volte smetterla di ragionare solo ed esclusivamente come consumatore finale a cui interessa soltanto pagare il meno possibile senza tenere conto di chi ha lavorato su quel determinato bene. Perché io parto dal presupposto che nessuno ti regala niente, e quando un prezzo è troppo basso, quando qualcuno può permettersi sconti così elevati, c'è sicuramente qualcun altro che ci rimette, e di solito non è il direttore o manager di turno. Fatte queste premesse (e scusate la digressione economico/sociale), ritengo comunque indispensabile che gli editori, in particolar modo i colossi come Mondadori, dovrebbe impegnarsi maggiormente per cercare di smussare almeno in parte i prezzi, che in alcuni casi sono obiettivamente proibitivi. Io sono sincera, l'introduzione della Legge Levi non ha minimamente modificato le mie abitudini di acquisto: non facevo acquisti su internet prima e non li faccio ora, continuo a tener d'occhio le promozioni per poterne approfittare, evito di comprare i libri in copertina rigida, ad esclusione di quelli che mi ispirano particolarmente, prediligendo quelli in formato tascabile e compro tanti classici, che costano sempre pochissimo. Venti euro per un libro non sono pochi, ma mi scandalizzano di più i prezzi, ad esempio, di paio di jeans che paghi uno sproposito solo per la marca perché tanto sono fatti in Cina sfruttando la manodopera locale. 
Però, è davvero il caso di dirlo, qualcosa si muove. Non so se questa legge centri qualcosa oppure no, sta di fatto che alcuni editori hanno capito l'importanza di proporre libri di qualità a prezzi competitivi. Sto parlando di due nuovi marchi editoriali, nati da poco: TimeCrime e Tre60.
TimeCRIME non è una semplice collana, è una vera propria casa editrice, costola della Fanucci, che ha esordito a gennaio con tre titoli molto interessanti, fra cui Venti corpi nella neve di cui vi ho già parlato diverse volte. Il catalogo è attualmente composto da sei titoli tutti pubblicati in copertina rigida al prezzo eccezionale di 7,70 €! Non potevo non amare questo nuovo progetto editoriale anche perché, oltre al prezzo competitivo, il filo conduttore delle pubblicazioni è sempre il crime in tutte le sue sfumature, dal giallo al thriller al noir: potevo forse non rimanere colpita da una casa editrice così?
L'altra novità riguarda il gruppo editoriale Mauri Spagnol, colosso dell'editoria italiana, che ha da pochissimo lanciato Tre60, nuovissima casa editrice che ha esordito nelle librerie giusto ieri, con quattro romanzi al prezzo di 9,90 €. Si parte da James Patterson, re incontrastato delle classifiche americane, passando dal romanzo di Kate Alcott, dal fantasy targato Tera Lynn Childs fino al thriller di Davide Mazzoli. Insomma, ce n'è per tutti i gusti. 
Lungi da me voler giudicare che le scelte dei vari editori, trovo davvero eccezionale e coraggioso quello che queste due nuove realtà stanno facendo, ovviamente nella speranza che qualità e bassi prezzi siano ben conciliati e non vadano a ricadere sulle spalle dei lavoratori!
Quindi complimenti ancora a questi editori e speriamo che altri seguano il loro esempio. Perché la legge Levi, se ben sfruttata, può dare nuova linfa a questo pazzo mercato, facendo in modo che realtà diverse, come i piccoli librai le grandi catene e i megastore on-line, possano coesistere, nell'interesse di tutti!

Fatemi sapere come la pensate e, come sempre

Buona Lettura!

lunedì 12 marzo 2012

Quattro chiacchiere con: GIULIANO PASINI

Oggi ho il piacere di condividere con voi la prima intervista realizzata per Bookshelf. Ospite di questo spazio l'esordiente Giuliano Pasini, autore del romanzo rivelazione Venti corpi nella neve, che non finirò mai di ringraziare per la disponibilità dimostrata.


Cominciamo dal principio, tu sei partito da un concorso letterario, il concorso Io Scrittore. Come ci sei arrivato?
Allora, diciamo che questo romanzo, è la prima cosa che ho scritto nella mia vita.
Io sono arrivato alla scrittura abbastanza tardi: mi è sempre piaciuto scrivere, però non avevo mai avuto la costanza di farlo. Quello che ho capito della scrittura è che non è un'attività che fai perché sei folgorato sulla via di Damasco in un particolare momento e quindi scrivi di getto, almeno per quanto mi riguarda. É una cosa che fai metodicamente, giorno per giorno. Insomma, non avevo la costanza di farlo. Poi ho conosciuto mia moglie e sistemato alcuni lati della mia vita, così le energie le ho incanalate verso la scrittura. 
Avevo questo manoscritto, un po' disordinato (le parti del 1945 e del 1995 ad esempio le avevo iniziate in parallelo) e iniziato senza un progetto preciso. É nato tutto strada facendo e infatti la prima stesura è stata stroncata da mia moglie. E aveva ragione lei! Quindi ci ho lavorato sopra ancora parecchio; poi  sul sito di Ibs ho visto l'annuncio di questo concorso. Mi è piaciuta subito la formula: perché mia moglie era l'unica ad aver letto il romanzo e non mi azzardavo a farlo leggere a nessun altro, la classica situazione in cui non lo consideri mai pronto. In questo modo, con Io Scrittore, iscrivevo il romanzo in forma anonima e sarei stato poi giudicato dagli altri concorrenti/lettori. Mi interessava moltissimo poter aver il parere di un lettore indipendente, capire come avrebbe "letto" la mia storia. Poi il tutto è andato avanti, dei tremila iscritti solo 1500 mandarono l'opera, poi duecento passarono in semifinale e infine 30 finalisti che hanno pubblicato l'opera in e-book. 


Ti aspettavi di vincere?
No, ma figurati. Tanto è vero che le comunicazioni dei passaggi di turno avvenivano durante i principali eventi letterari (a Torino la comunicazione dei 200 e a Mantova quella dei 30 finalisti) e io non ero andato né da una parte né dall'altra. No, guarda, non ci pensavo minimamente. 


Una bella sorpresa...
Una bellissima sorpresa, e io devo molto a questo torneo. É stato un ottimo biglietto da visita per me. Il gruppo Mauri Spagnol aveva una prelazione sull'edizione cartacea del romanzo, di sei mesi. Ad aprile, scaduta la prelazione, ho cominciato a contattare altre case editrici e l'ho fatto nel modo più semplice possibile: ho scritto una mail, con una breve sinossi, il mio curriculum e l'indicazione che ero stato tra i finalisti di Io Scrittore e che l'e-book era andato bene. E la resa è stata ottima, fai conto che su dieci case editrici contattate in cinque mi hanno risposto, quattro delle quali chiedendomi il libro in lettura, e fra queste c'era la Fanucci. Con loro poi c'è stato subito un bellissimo lavoro di team: il direttore editoriale, Alfredo Lavarini, mi chiese il libro a maggio e già a luglio mi contattò per domandarmi se ero ancora libero.  Ad agosto ho ricevuto una mail proprio da Sergio Fanucci in persona che mi diceva di essere interessato a pubblicare il romanzo. Dopo i tempi sono stati velocissimi, perché a inizio settembre ero da loro a Roma, dove mi hanno raccontato di questo nuovo progetto, TimeCRIME, e del fatto che sarei stato l'unico autore italiano fra le prime pubblicazioni. 


Un'occasione imperdibile...
Sì, infatti. Bisognava solo correre. Mi avevano chiesto alcune modifiche alla trama, che andavano soprattutto in un'ottica di serializzazione dei personaggi. Tutte le correzioni che mi hanno chiesto le abbiamo condivise, e devo dire che sono stato molto contento perché comunque ho sempre avuto l'ultima parola e senza dubbio, almeno credo, tutti cambiamenti che abbiamo apportato hanno reso il romanzo migliore. Mi avevano chiesto, ad esempio, di rendere più chiara la "danza" e di dare più corpo al personaggio di Alice, non aumentando però il numero di pagine: in questo modo ho capito quanto ancora potevo asciugare il testo, e così ho trovato davvero il mio stile. 
Il romanzo poi, doveva essere consegnato entro fine ottobre, quindi è stata una corsa. E a gennaio ero in libreria!


Ed è andata molto bene, perché il riscontro sia di pubblico che di critica è estremamente positivo.
Sì, assolutamente. Alla presentazione a Verona ho visto che il libro ha la fascetta con la quarta ristampa, per cui dovremmo essere oltre le trentamila copie, che per un esordiente è tanto. A livello di critica è più difficile raggiungere i critici letterari: perché comunque sei esordiente, con una nuova sigla editoriale. Però devo dire che quello che forse è il  più importante in Italia si è preso un rischio enorme, perché D'Orrico sul Corriere della Sera ha fatto una recensione fantastica.


Venti corpi nella neve affonda le radici nella storia italiana. Come è nato, perché questa storia?
Allora io sono emiliano, dell'Appennino tra Modena e Bologna, di Zocca per la precisione. Io sono cresciuto con le storie di quell'ultima parte della guerra mondiale. Prima la guerra aveva sì toccato l'Appennino, perché i giovani partivano, però in quell'ultimo inverno la guerra era arrivata a casa loro. Nei paesi erano rimasti soltanto donne bambini e anziani e si erano trovati di fatto circondati dalle due fazioni, quella degli alleati e quella dei nazifascisti. In quel periodo sono successe le peggiori tragedie della seconda guerra mondiale,  le rappresaglie che dal tardo '43 fino al '45 hanno imperversato per quelle zone hanno segnato profondamente le famiglie di quei luoghi. Mia madre mi raccontava queste storie e a mio modo ho voluto tramandarle anch'io. Mia madre, che all'epoca aveva otto anni, viveva a Villa Daiano che si trovava proprio sulla linea gotica: lei poteva davvero dire "Su quel colle ci sono i tedeschi e su quello ci sono gli americani". Pensa che a Bologna, prima della presentazione del libro, mi si è avvicinato un signore anziano che mi ha detto "Io sono figlio di uno dei venti", perché lui ha riconosciuto nella storia dell'eccidio di Case Rosse, che non esiste, quella dell'eccidio dei boschi di Ciano, dove venti persone furono impiccate per rappresaglia con il fil di ferro. É una storia che la gente ricorda ancora molto, era il 18 luglio del '44, quindi non c'era la neve o la fucilazione come la dipingo io, però è successo: quello del romanzo è un eccidio inventato ma potrebbe essere uno dei tanti successi in Appennino. L'ho vestito di giallo, perché magari così sarebbe potuto arrivare a un pubblico un po' più ampio (poi io sono appassionato della letteratura gialla, quindi mi è anche venuto naturale), però quello che volevo dire è che con la guerra non si risolve nulla. La guerra crea ferite che non si chiudono più: se mia mamma sente un petardo adesso, a distanza di 60 anni, sobbalza perché pensa ai colpi di fucile. In sostanza l'idea era questa, di dire mai più la guerra. 


Immagino che oltre ai racconti della tua famiglia tu abbia fatto molte ricerche storiche
Ho fatto moltissime ricerche, letto tantissime pagine di Bocca, Biagi e anche di storici più locali che hanno scritto magari il racconto di alcune determinate battaglie. Arrivano i lupi, che io mutuo come titolo nel romanzo, è un saggio storico realmente esistente che però parla di un altro battaglione, non il battaglione della morte di Enrico Zanarini. Zanarini che è poi l'unico personaggio realmente esistito che appare nel romanzo, anche se ha solo il suo nome, perché non è esattamente quell'Enrico Zanarini, che è il responsabile dell'eccidio di Ciano. Però a leggere le storie non sono molto diverse, e la cosa che colpisce è che erano italiani. Particolare che a volte si tende a dimenticare.


Oltre a tutta la parte storica nel romanzo inserisci un elemento fantasy, paranormal quasi, una cosa un po' insolita per la letteratura italiana. Come mai questa scelta?
Forse per un purista del genere giallo potrebbe anche disturbare, però Roberto è nato così.  Il mio Roberto ha questa caratteristica, è nata prima la danza della storia addirittura. Forse perché ho una mente molto immaginifica, per cui a volte mi incanto a pensare a qualcosa che non sto vivendo realmente e poi magari lo confondo coi ricordi e mi sembra di averlo vissuto. Ovviamente non è solo quello che volevo metterci dentro. Roberto è un personaggio molto umano anche debole se vogliamo, davanti al pericolo il suo primo istinto è quello di scappare. Però forse, in questo caso, la danza è quel pezzo di inspiegabile, che va oltre ciò che gli occhi vedono.


Una sorta di forte empatia...
In realtà io l'avevo proprio immaginato come un personaggio molto empatico, e questa è un'empatia elevata all'ennesima potenza. Lui sente talmente tanto il legame con le vittime, vuole che riposino in pace ed è convinto che non possano farlo se gli assassini rimangono a piede libero, da viverne degli spezzoni di vita. Spezzoni disordinati che gli fanno capire cosa hanno provato sia le vittime che i carnefici.


Nella presentazione di Bologna hai detto che stai lavorando a due progetti, uno dei quali vedrà ancora protagonista Roberto Serra. Ci puoi dare qualche anticipazione?
Avevo la volontà di scrivere un romanzo con Roberto e uno senza. Poi Roberto ha preso il sopravvento, ha cominciato a stuzzicarmi e allora ho deciso di portarlo a Treviso. Quindi sarà qui, a vedere il mondo di Treviso con gli occhi di un forestiero. Lo porto in un posto che io amo particolarmente, le colline del Prosecco: un luogo meraviglioso, uno dei paesaggi vinicoli più belli del mondo. Sai, Treviso è una città che colpisce tantissimo, è veramente una bella città, dove è tutto pulito, scintillante mi verrebbe da dire. 
Per quanto riguarda la trama, partiamo dal fatto che io cerco sempre di metterci sotto un sentimento forte, inizia tutto da una mia indignazione: se per Venti corpi nella neve erano la vendetta e l'incapacità di dimenticare il punto di partenza, per il secondo romanzo di Roberto parto dal dolore che creano le idee che sostengono la superiorità di un essere umano, o peggio ancora di una razza rispetto a un'altra. Nell'altro progetto invece, di ambientazione completamente diversa perché siamo tra Milano e il lago d'Orta, parto dal desiderio di potere, inteso proprio come potere assoluto, la voglia di aver il controllo sulle altre persone. Mi sono divertito a indagare i rapporti fra il potere stesso e l'informazione, la deviazione di notizie.  Se proprio devo trovare una categoria in cui collocarlo potrei dire che se Grisham ha inventato il legal-thriller, questo potrebbe essere un information-thriller. 


Per Roberto prevedi una lunga serialità, come spesso capita nel genere thriller?
Potrei essere smentito domani, ma non credo che Roberto possa andare oltre una trilogia. E ho anche una vaga idea di come potrebbe essere il terzo capitolo e devo dire che forse potrebbe scapparci anche un quarto romanzo, che potrebbe essere una sorta di prequel o lui che indaga sulla morte dei genitori, però quello sarebbe l'ultimo. Però ecco, non vorrei andare oltre. Sai la danza è un elemento molto forte all'interno della storia, per cui non vorrei che si creasse una prevedibilità, come l'arma segreta dei robot dei cartoni animati di una volta per cui sai sempre che a un certo punto verrà usata. Siccome la danza è un elemento molto caratterizzante, contro cui Roberto combatte e combatterà ancor di più nel prossimo libro, mi sembra che la sua storia si possa compiere in tre, quattro romanzi, poi sono prontissimo ad essere smentito subito. 


Che lettore sei?
Vorace. Leggo una settantina di libri l'anno, senza contare quelli che leggo per lavoro o per documentarmi. Abbastanza onnivoro, mi piacciono molto i thriller, li recensisco anche per un sito. Leggo molto, sì. Diciamo che ogni giorno devo leggere qualcosa, non riesco a non leggere.


C'è un libro in particolare che, una volta terminato, ti ha fatto dire "Questo avrei voluto scriverlo io"?
Un giallo che avrei voluto scrivere io è Dieci piccoli indiani, un capolavoro. O se vuoi, il thriller che avrei voluto scrivere è Misery, che secondo me è il romanzo perfetto. Però il romanzo, più in generale, che avrei voluto scrivere è molto meno noto: si intitola Corale alla fine del viaggio di Erik Fosnes Hansen, ed è la storia dell'orchestra che suonò sul Titanic fino all'affondamento. Sono cinque racconti lunghi, che corrispondo alle "biografie" (inventate) di queste cinque persone, intervallati dalla storia della navigazione. Bellissimo, un perfetto equilibrio tra la scrittura e l'evocazione, perché ha delle immagini veramente forti. Una sorpresa. Comunque ce ne sono tantissimi di libri che avrei voluto scrivere io.
Pensa che dopo l'introduzione della legge Levi mi sono imposto, per spendere meno, di acquistare solo libri che costassero la metà di quelli di Ken Follet. Così ho scoperto dei romanzi che mi hanno davvero colpito, e che forse in altre circostanze non avrei letto.


Il tuo rapporto con gli e-book?
Buono. Come scrittore di e-book poi ho provato quanto sia ancora difficile far fruire questo strumento, per amici e conoscenti ero diventato una specie di call center. Come lettore, ho un kindle. La cosa più divertente è che trovi veramente tutti i classici a prezzi bassissimi, per cui è davvero bello. È molto utile per la saggistica l'e-book, per cercare una cosa ci metti un attimo.


Ti ringrazio ancora tantissimo, per il tempo che mi hai dedicato e un grande in bocca al lupo per tutto! 


Titolo: Venti corpi nella neve
Autore: Giuliano Pasini
Editore: TimeCRIME
Prezzo: 7,70 €
Codice ISBN: 978-88-6688-002-8













giovedì 26 gennaio 2012

Venti corpi nella neve


Titolo: Venti corpi nella neve
Autore: Giuliano Pasini
Editore: TimeCRIME
Collana: Narrativa
Pagine: 331
Prezzo: 7,70 €
Formato: copertina rigida
Anno 1ª edizione: 2012
Genere: gialli, thriller
Codice ISBN: 978-88-6688-002-8


Trama: Case Rosse minuscolo borgo nell'Appennino tosco-emiliano, ha un primato: è la sede del commissariato più piccolo d'Italia, diretto da Roberto Serra - che viene da Roma ed è considerato uno 'ed fora' - con l'aiuto dell'agente Manzini. Non succede mai nulla se non qualche rissa tra ubriachi il sabato sera. Ma la notte del Capodanno del 1995 una telefonata sveglia Manzini in piena notte. Ci sono tre cadaveri al Prà grand, uccisi senza pietà. I due poliziotti accorrono sul luogo del delitto e uno spettacolo raccapricciante si presenta ai loro occhi: un uomo, una donna e una bambina sono stati colpiti a morte da distanza ravvicinata con un fucile. È un'esecuzione, senza alcun dubbio. Ma non ci sono schizzi di sangue intorno alle vittime e la loro posizione non combacia con la traiettoria degli spari. A chi appartengono questi corpi straziati che chiedono giustizia? Chi ha violato la pace di quel piccolo paese perso tra le montagne, e per quale motivo? E perché così tanta violenza da sorprendere anche un uomo come Roberto Serra, abituato a omicidi ben più efferati? Per il commissario comincerà un'indagine che lo porterà a rivivere il passato del luogo in cui si è rifugiato, e ad affrontare i demoni che albergano nella sua anima e nel suo cuore.
(dal risvolto di copertina)

Giudizio personale: Da quasi un'ora fisso la barra del cursore lampeggiare su sfondo bianco cercando il modo migliore per iniziare questa recensione: ci sono talmente tante cose che vorrei scrivere a proposito di questo libro che non so nemmeno da dove cominciare. Allora penso sia il caso di scegliere la via più banale e scontata: questo romanzo è semplicemente bellissimo! È innanzi tutto un thriller eccezionale, dalla trama perfetta. Il protagonista è Roberto Serra, commissario in un piccolo borgo arroccato sull'Appennino Tosco-Emiliano, tra Modena e Bologna. Serra conduce un'esistenza ordinata e appartata, in cerca di quella pace che per anni gli è mancata, anni in cui omicidi e violenza erano il suo pane quotidiano. Da quando è arrivato a Case Rosse però è riuscito a chiudere in un cassetto quel passato fatto di dolore e sofferenza fino a quando, la mattina del 1° gennaio 1995 una telefonata sconvolge per sempre la tranquillità del più piccolo commissariato d'Italia: un uomo, una donna e una bambina giacciono morti al Prà Grand vittime, sembra, di un'esecuzione. Quei tre corpi sono destinati a riaprire un abisso buio e infernale sotto i piedi di Roberto. È una voragine fatta di urla strazianti, di occhi imploranti giustizia: Serra non può più scappare, deve affrontare i fantasmi di un passato tornato a tormentarlo e chiudere questa indagine, che si rivelerà essere tutt'altro che semplice. Gli abitanti di Case Rosse sono increduli e attoniti per la violenza che si è abbattuta su di loro, eppure omertà e reticenza rendono la ricerca dell'assassino ancor più complicata. L'intreccio procede alla massima velocità, catturando il lettore in maniera inesorabile, impossibile staccarsi dalle pagine, impossibile non farsi coinvolgere. Perché questo libro è tante storie, tanti destini incrociati fra loro, tanto dolore che crea altro dolore. Venti corpi nella neve infatti, affonda le sue radici nelle pagine più cupe della storia italiana, pagine vergate col sangue versato durante la seconda guerra mondiale. Anche per questo non potevo non rimanere colpita da questo piccolo capolavoro, io che sono cresciuta ascoltando i miei nonni raccontare della guerra, di cosa sono stati quegli anni quando, come scrive Pasini, fu la guerra ad arrivare a casa loro. E allora questo libro, per quanto straziante e commovente, fa bene al cuore perché è nostro, fortissimamente italiano (nella migliore accezione del termine), e ci ricorda quanto sia indispensabile non dimenticare. 
Poi c'è Roberto Serra, per il quale provo un amore folle: lontano anni luce dallo stereotipo del super poliziotto è un uomo dalle mille risorse. Completamente disinteressato a velleità carrieristiche, è fondamentalmente un buono, solitario e riflessivo non tollera l'arrogante e presuntuoso Sernagiotto, vice questore responsabile delle indagini, e combatte contro l'ostilità dei concittadini. Ma più di ogni altra cosa Roberto ha un dono, o dal suo punto di vista una condanna: lui la chiama Danza e si scatena all'improvviso, impossibile evitarla. Quando la danza lo coglie tutto attorno a lui si trasforma, lui non è più Roberto ma ora una bambina terrorizzata, ora un assassino in cerca di vendetta. Nessuno sa spiegare cosa sia questa "cosa", non esiste un nome per definirla, ma quando arriva trascina Roberto e il lettore in un oblio devastante, mille voci che implorano aiuto. Giustizia. Vendetta. Il confine è molto sottile e il romanzo procede in equilibrio precario su questo filo invisibile, fino a un finale denso di emozioni. 
Avevo già avuto la fortuna di leggere quest'opera poco meno di un anno fa. All'epoca era un e-book dal titolo La giustizia dei martiri, tra i vincitori del prestigioso torneo letterario Io Scrittore. Allora scrissi di quanto rimasi colpita da quell'esordio, oggi quel romanzo è ancora migliore, più intenso che mai. Un'opera prima eccezionale.
Voto: 9


Citazione: "Il Signore ci ha dato la possibilità di scegliere e noi troppo spesso scegliamo il male."


Colonna sonora: Inverno di Fabrizio De André
Consigliato: a tutti, soprattutto ai più giovani che troppe volte mostrano lacune spaventose sulla nostra storia
Istruzioni per l'uso: una buona tazza di tè bollente, una morbida coperta e una finestra attraverso cui guardare questo freddo inverno che avanza


Buona lettura!
Italian Blogs for Darfur
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